La dimensione spirituale e gnostica della calligrafia: dal sentimento estetico al cammino verso l’Origine di ogni bellezza
Amélie Neuve-Eglise
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Sulla tela del mio cuore c’è solo l’ alif della grandezza dell’Amico Cosa devo fare?
La mia insegnante non mi ha insegnato altre lettere.
Hafez1

Calligrafia di una parte di un verso coranico, “Nur ’ala nur” (Luce su luce), nel libro Samâ’ di Javad Tehrâniân.
La calligrafia, elemento di spicco dell’arte islamica, è radicata nella visione del mondo coranica e mira ad esprimere non solo la forma, ma anche lo spirito e il profondo significato del Libro sacro dei musulmani. Il motivo stesso della scrittura occupa un posto significativo nel testo coranico e segna l’inizio della rivelazione: “Leggi! In nome del tuo Signore Che ha creato, ha creato l’uomo da un’aderenza. Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, Colui Che ha insegnato mediante il calamo, Che ha insegnato all’uomo quello che non sapeva” (96: 1-5). L’importanza di quest’arte nell’Islam è radicata anche nella struttura e nei profondi insegnamenti di questa religione. A differenza del Cristianesimo, dove la rappresentazione pittorica, e in particolare le icone, hanno svolto un ruolo artistico di primo piano a causa dell’importanza centrale di Cristo, questo tipo di arte figurativa è molto meno diffuso nell’Islam per due ragioni: in primo luogo, il divieto più o meno variabile di rappresentare figure divine e sacre2, ma anche a causa della centralità non di una persona, bensì di un Libro e della Parola divina rivelata.3 Di conseguenza, le arti associate al Corano, come la sua recitazione o la rappresentazione calligrafica dei suoi versetti, sono tra le più importanti e possiedono una dimensione sacra in quanto manifestazione del divino sul piano terreno, ma anche come invito per ogni credente ad ascendere a un altro livello di realtà, quello dell’origine celeste e del significato profondo della Parola rivelata.
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Per comprendere il fondamento ontologico della calligrafia, che nell’Islam mira principalmente a rappresentare la parola divina, è necessario considerare innanzitutto lo statuto metafisico del Corano e il suo contenuto nell’Islam. Secondo diversi versetti, il Corano, così come lo conosciamo nella sua forma scritta, è semplicemente la manifestazione nel nostro mondo di immutabili realtà celesti inscritte su una “Tavola ben conservata” (lahw mahfuz): “Questo è invece un Corano glorioso, [impresso] su di una Tavola protetta [da Dio]” (85: 21-22). Anche prima della sua rivelazione sulla Terra, l’archetipo celeste del Corano esisteva dunque dall’eternità. Inoltre, il Corano è ripetutamente descritto come una realtà “discesa” e rivelata, che quindi aveva un’esistenza precedente in altri mondi: “Per il Libro esplicito. Lo abbiamo fatto scendere in una notte benedetta, – in verità siamo Noi ad ammonire” (44: 2-3); “Così lo facemmo scendere dal cielo in versetti espliciti” (22: 16). Scrivere i versetti del Corano in forma calligrafica equivale quindi a rappresentare elevate realtà metafisiche, che sono evocate anche nel Corano, in particolare attraverso l’espressione “Madre del Libro” (Umm al-Kitab): “Per il Libro esplicito. Ne abbiamo fatto un Corano arabo, affinché comprendiate! Esso è presso di Noi, nella Madre del Libro, sublime e colmo di saggezza” (43: 2-4). Sebbene la calligrafia nell’Islam non sia utilizzata esclusivamente per rappresentare i versetti coranici, la sua origine e la sua evoluzione rimangono strettamente legate al Libro sacro dell’Islam. Così come la recitazione del Corano deve essere considerata un’arte musicale sacra nell’Islam, la calligrafia manifesta la parola divina a livello di scrittura. Come abbiamo accennato, quest’arte può essere definita “sacra” anche nel senso che aiuta l’uomo a trascendere il mondo delle apparenze e, attraverso la contemplazione unita al sentimento estetico, rende l’opera una finestra sull’assoluto.
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Calligrafia della Sura 15 (Al-Hijr), pagina di un manoscritto originario dell’Andalusia, XII secolo. I versetti in oro al centro sono scritti in stile cufico.
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Oltre al riferimento a un “calamo” attraverso la quale Dio ha insegnato all’umanità ciò che non sapeva, come discusso all’inizio di questo articolo, ritroviamo questo concetto nel primo versetto della Sura Al-Qalam (Il Calamo): “Nun. Per il calamo [al-qalam] e ciò che scrivono!” (68: 1). Numerosi commentari sono stati scritti su questo versetto, alcuni dei quali suggeriscono che la forma della lettera araba “nun” assomigli a un calamaio contenente l’inchiostro con cui gli archetipi di tutti gli esseri furono scritti sulla “Tavola Preservata” (lawh mahfuz) in cielo prima della loro creazione terrena. La lettera nun è talvolta vista anche come simile a una barca che trasporta le possibilità di un particolare ciclo di manifestazioni sull’oceano della “non esistenza”.4 Secondo altri commentatori come Kamal al-Din Hosseyn Kashifi, la base metafisica della calligrafia risiede nel simbolo coranico del calamo e del calamaio, ovvero il “qalam” e il “nun“. Secondo la tradizione profetica, il calamo fu la prima cosa creata da Dio e simboleggia il Primo Intelletto.5 La calligrafia è quindi radicata in un’intera cosmologia che la rende un’arte sacra, in cui il calligrafo si sforza di riprodurre il tratto del calamo primordiale nel modo più accurato e bello possibile, e persino, come vedremo, di diventare egli stesso quella penna per manifestare il divino nel mondo materiale nel modo più perfetto possibile.
Il simbolismo della scrittura e dell’inchiostro è ampiamente utilizzato anche dalla tradizione islamica per descrivere il processo di creazione e la sua dimensione illimitata: “Di’: «Se il mare fosse inchiostro per scrivere le Parole del mio Signore, di certo si esaurirebbe prima che fossero esaurite le Parole del mio Signore, anche se Noi ne aggiungessimo altrettanto a rinforzo»” (18: 109). La parola qui indica la creazione dei vari esseri, poiché, secondo l’ontologia coranica, il primo atto di creazione è descritto come un comando divino: “Sii!” (kun!). L’immagine di una “penna divina” che crea tutte le cose dallo stesso inchiostro è stata spesso invocata anche dagli gnostici per esprimere la teoria dell’unità dell’essere (wahdat al-wujûd): l’aspetto e la forma degli esseri sono diversi, come quelli delle lettere, ma sono comunque fatti dello stesso inchiostro. La pluralità degli esseri è quindi, in realtà, semplicemente la diversa manifestazione di un’unica esistenza a diversi livelli della scala dell’essere. Questa visione permette anche l’espressione dell’assoluta dipendenza della creatura dal suo Creatore. Come sottolineò Heydar Amoli, filosofo sciita del XIV secolo: “Le lettere scritte con l’inchiostro non esistono veramente in sé come lettere, poiché le lettere sono forme diverse alle quali sono stati convenzionalmente attribuiti significati. Solo l’inchiostro esiste veramente e concretamente. L’esistenza delle lettere non è altro che quella dell’inchiostro, che è l’unica realtà che si dispiega in forme diverse. Prima di tutto, bisogna allenare lo sguardo a vedere solo la stessa realtà dell’inchiostro in tutte le lettere, e poi a vedere le lettere solo come altrettante manifestazioni intrinseche del [singolo] inchiostro”.6
La penna di canna rappresenta il polo attivo della creazione divina, manifestando le realtà nascoste all’interno del Lawh Mahfuz – le lettere rappresentano quindi gli archetipi di tutte le forme terrene. Il calligrafo, in questo modo, imita il primo atto divino e fa eco alla calligrafia divina primordiale. Esiste pertanto una stretta relazione tra la visione del mondo islamica e l’arte della calligrafia: il tracciare punti e linee secondo un ritmo vario e talvolta ripetuto permette di raffigurare e ricordare il primo atto di creazione della divina penna di canna. Come ha sottolineato Seyyed Hossein Nasr, “La penna di canna con cui scrive la mano umana è un simbolo diretto della divina penna di canna, e la calligrafia che essa traccia su carta e pergamena è un’immagine della calligrafia divina che ha iscritto la realtà delle cose sulle pagine del libro cosmico, lasciando un’impronta su tutte le creature in virtù della quale esse riflettono l’origine celeste della loro esistenza“.7 Questa stretta corrispondenza ontologica tra lettere e alte realtà spirituali è sottolineata anche da queste parole dell’Imam ‘Ali: “L’intero Corano è contenuto nella prima sura, la prima sura nella basmalah8, la basmalah nella lettera ‘ba’, la ‘ba‘ nel segno diacritico, Io sono il segno diacritico“. Pertanto, per comprendere appieno le radici e la dimensione spirituale dell’arte calligrafa nell’Islam, è essenziale tenere presente che le lettere e le parole calligrafiche non sono semplici parole nate da convenzioni umane, bensì un riflesso di realtà celesti che si manifestano attraverso di esse e che, di conseguenza, contengono un aspetto della presenza divina. Quest’arte costituisce quindi un legame e un cammino verso l’Uno.
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Calligrafia della shahada (professione di fede musulmana) in forma umana: “Attesto che non c’è altro dio all’infuori di Allah e attesto che Muhammad è il Suo profeta”.
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Pertanto, le lettere calligrafiche riflettono diversi aspetti della creazione: le lettere verticali come “alif” rappresentano archetipi immutabili, mentre le lettere orizzontali come “sin” rappresentano il movimento continuo delle creature terrene. Quest’arte si basa quindi su una precisa armonia tra forma e ritmo di curve e segni diacritici che compongono tutte le lettere dell’alfabeto arabo. Queste lettere sono considerate di per sé dotate di una dimensione sacra, anche quando separate l’una dall’altra, come “vasi di rivelazione”, che manifestano al mondo le più alte verità spirituali. La presenza di lettere separate all’inizio di diverse sure conferma questa visione. Possiamo quindi comprendere meglio i pochi versi di Hafez menzionati all’inizio di questo articolo: conoscere l'”alif“, che è la prima lettera dell’alfabeto arabo ma anche quella del nome supremo di Dio, “Allah”, significa conoscere tutte le realtà celesti, di cui questo nome è la chiave. Di forma orizzontale, questa lettera simboleggia un principio attivo della creazione. La seconda lettera dell’alfabeto, “ba’“, ha forma orizzontale e simboleggia un principio passivo di ricettività e bellezza, a complementare la dimensione attiva e la maestà della prima. L’unione delle due lettere simboleggia quindi il centro supremo da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna.9 Secondo altre tradizioni, l'”alif” simboleggia sia Dio che l’uomo in posizione eretta, quest’ultimo creato a immagine del suo Creatore.10
Allo stesso modo, sottili corrispondenze tra l’uomo e le lettere arabe sono state spesso evidenziate dagli gnostici: le parole wajh (volto) e yad (mano) hanno un valore numerico di 14, mentre il volto umano ha 14 linee e la mano ha 14 falangi. Inoltre, 14 è il numero di lettere separate nel Corano e metà dell’alfabeto arabo.11 Numerose corrispondenze vengono anche tracciate tra il significato e la forma di certe parole o nomi: ad esempio, la scrittura araba del nome “Muhammad” è spesso considerata simile a una persona prostrata. In effetti, la calligrafia islamica gioca spesso su questi doppi significati: il significato primario della parola e altri significati evocati dalla forma stessa delle lettere che compongono la parola.
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Calligrafia della Sura 112 (Al-Ikhlas)
Fin dai primi secoli dell’Islam, il calligrafo era percepito non solo come un individuo colto, ma anche come una persona dotata di grande disciplina spirituale e profonda comprensione. Essere un calligrafo implicava quindi non solo destrezza e padronanza di una tecnica, ma richiedeva anche particolari qualità interiori. Di conseguenza, i grandi calligrafi erano molto spesso anche grandi figure spirituali, come l’Imam Alì, creatore stesso della scrittura cufica.
Come abbiamo già accennato, la vocazione del calligrafo è quella di riprodurre e “imitare” nel modo più perfetto possibile i tratti della penna divina. Per poter creare la rappresentazione più accurata, il calligrafo deve quindi abbandonare tutto il suo essere alla volontà divina, diventando a sua volta una penna nelle mani del suo Creatore. Questa visione è radicata in una concezione complessiva di unità divina, secondo la quale ogni atto compiuto con fede e sincerità diventa divino: chi lo compie diventa strumento della volontà divina. Il Corano allude a questa realtà in diversi versetti, tra cui “la mano di Allah è sopra le loro mani” (48: 10). Come gli iconografi, in particolare nella tradizione cristiana ortodossa, il calligrafo del Corano deve prima purificarsi interiormente ed esteriormente (attraverso le abluzioni) e sforzarsi di abbandonare la propria volontà nelle mani del Creatore, diventando così “la mano di Dio”. Ciò implica anche seguire un percorso spirituale per purificare l’immaginazione da immagini futili e ingannevoli, al fine di percepire gradualmente le forme immateriali del mondo immaginario (ʿālam al-mitḥāl). È quindi preferibile che il calligrafo abbia un temperamento solitario, o almeno distaccato dai beni terreni, in modo da poter svuotare la propria coscienza da immagini e preoccupazioni mondane e fare della propria anima una pagina bianca su cui tracciare, nel modo più perfetto possibile, le curve della parola divina. Questo percorso prende a modello il Profeta Muhammad, che non sapeva né leggere né scrivere e il cui cuore era quindi come una “pagina bianca”, pronto a ricevere e trasmettere il messaggio divino con perfezione, senza distorcerlo con teorie o conoscenze pregresse.
È attraverso questa resa e questo processo di purificazione interiore del calligrafo che la calligrafia viene descritta come un’arte “sacra”: lungi dall’essere considerata opera di un ego particolare e di una coscienza individuale, si suppone che essa sia il riflesso di una “discesa” del divino nell’anima del calligrafo, che riproduce esteriormente, attraverso la sua penna, le forme celesti manifestate in lui. Come “mano di Dio”, il calligrafo partecipa alla figurazione di una bellezza spirituale sovraindividuale e, attraverso il suo viaggio interiore, diventa egli stesso un’opera d’arte sacra. Pertanto, non chiunque può essere un calligrafo, e una semplice imitazione esteriore dell’opera di un maestro non può necessariamente essere definita un’“opera calligrafica”, tanto meno un’“arte sacra”: solo chi possiede un’intima unione con il suo Creatore può diventare la mano attraverso cui Egli scrive e produrre così un’opera con una dimensione sovraindividuale.12
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Calligrafia della basmala: “Per grazia del nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole”.
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Lungi dall’essere meramente estetica o decorativa, la calligrafia riveste anche un ruolo importante nella vita spirituale del credente. La contemplazione dei versetti coranici o dei nomi divini calligrafati mira infatti a distaccare la mente dalle preoccupazioni quotidiane e a focalizzare l’attenzione sulla sacra parola di Dio, essa stessa porta d’accesso al divino come una delle Sue manifestazioni terrene. Pertanto, come suggerisce Martin Lings, è molto probabile che i primi Corani scritti in caratteri cufici non fossero destinati solo alla lettura, ma anche, come le icone, alla contemplazione.13 Infatti, come abbiamo sottolineato, le lettere arabe non devono essere viste qui come semplici segni nati da convenzioni puramente umane, ma come esseri che esprimono realtà e una manifestazione sul piano terreno di realtà spirituali: ogni lettera è considerata dotata di una propria personalità e rappresenta una particolare qualità divina.
È anche come riflesso di profonde realtà spirituali che certi metodi gnostici di meditazione raccomandano di contemplare la calligrafia dei versetti coranici quale mezzo per avvicinarsi alla loro profonda realtà e attualizzarli nel proprio essere. La contemplazione delle opere calligrafiche mira anche a evocare un sentimento sia estetico che spirituale nell’osservatore e ad avvicinarlo alla Fonte ultima di ogni bellezza. Per diversi secoli, quindi, i musulmani hanno praticato l’arte della calligrafia non solo per la bellezza delle opere prodotte, ma anche come mezzo di purificazione interiore e come parte integrante di un percorso spirituale personale. È anche in questo senso che la calligrafia del Corano è stata talvolta considerata un mezzo per espiare i propri peccati.14
La presenza della calligrafia sulle pagine del Corano, nelle moschee e anche su oggetti di uso quotidiano come piatti e ciotole, mira a santificare la vita quotidiana dei musulmani e a raggiungere un sottile equilibrio tra la dimensione materiale e quella spirituale dell’esistenza. Cerca quindi di creare un senso di armonia, bellezza e maestà in ogni aspetto della vita dei credenti. In molte famiglie musulmane si possono trovare piccole tazze ornate con versetti coranici calligrafati, in cui si versa acqua da dare da bere a un malato per la guarigione.15 Per secoli, è stato anche comune adornare gli abiti dei soldati con versetti coranici calligrafati per protezione, o inciderli sulle loro armi. La calligrafia mantiene anche stretti legami con altri campi come l’architettura islamica, alla quale detta alcune delle sue regole e proporzioni; tuttavia, come abbiamo appena visto, è ben lungi dall’essere confinata ai luoghi religiosi.
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Conclusione
La calligrafia islamica affonda le sue radici nell’intera visione coranica dell’umanità e del mondo. Solo considerando questi fondamenti filosofici islamici possiamo definire la calligrafia come arte sacra e coglierne appieno la profondità di significato.
Pertanto, quest’arte può essere vista in modi molto diversi: un’opera calligrafica può essere oggetto di uno sguardo puramente estetico, rapito dalla bellezza e dall’armonia delle sue curve intrecciate, ma può anche essere percepita come una finestra che permette l’accesso a un altro livello di realtà. Secondo questa prospettiva, la contemplazione dell'”Alif” ci condurrà a ricordare il divino primordiale “Alif” all’origine della creazione di tutte le cose, il cui raggiungimento è l’obiettivo di ogni gnostico: “Sulla tela del mio cuore, non c’è che l’alif della grandezza dell’Amato…“.
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Bibliografia:
.– Eliâsi, Behrouz, “Taghâddos dar khoshnevisi-e eslâmi” (La sacralità nella calligrafia islamica), Rahpouyeh Honar, 2° anno, n. 5, primavera 2008.
– Nasr, Seyyed Hossein, Islamic art and spirituality, State University of New York Press, 1987, «The spiritual message of Islamic Calligraphy», pp. 17-36.
– Nasr, Seyyed Hossein, The heart of islam, enduring values for humanity, HarperOne, 2002.
– Schimmel, Annemarie, Calligraphy and islamic culture, IB Tauris and Co. Publishers, 1990, “Calligraphy and mysticism”, pp. 77-114.
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Note
1 Hafez di Shiraz, Le Divan, introduzione, traduzione dal persiano e commento di Charles-Henri de Fouchécour, Verdier, ghazal 310, pp. 801-802.
2 Questo divieto è stato seguito in misura variabile nei diversi Paesi musulmani, in particolare in Iran, dove esisteva un’intera tradizione pittorica prima dell’Islam. La filosofia alla base di questo divieto delle immagini è che esse potrebbero diventare esse stesse idoli o influenzare negativamente la facoltà immaginativa suggerendo che si possa “rappresentare” Dio o il divino, mentre Egli trascende ogni immagine o forma secondo il versetto coranico: “Niente è simile a Lui” (42: 11).
3 Nasr, Seyyed Hossein, The heart of islam, enduring values for humanity, HarperOne, 2002.
4 Nasr, Seyyed Hossein, Islamic art and spirituality, State University of New York Press, 1987, «The spiritual message of Islamic Calligraphy», pp. 17-36.
5 Schimmel, Annemarie, Calligraphy and islamic culture, IB Tauris and Co. Publishers, 1990, “Calligraphy and mysticism”, pp. 77-114.
6 Op. Cit. Ibid, p. 89.
7 Nasr, Seyyed Hossein, Islamic art and spirituality, State University of New York Press, 1987, «The spiritual message of Islamic Calligraphy», pp. 17-36.
8 Espressione che designa la formula di apertura di tutte le sure del Corano tranne una: “Bismillah al-Rahmân al-Rahim” che significa “per grazia del nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole”.
9 Nasr, Seyyed Hossein, Islamic art and spirituality, State University of New York Press, 1987, «The spiritual message of Islamic Calligraphy», pp. 17-36.
10 Schimmel, Annemarie, Calligraphy and islamic culture, IB Tauris and Co. Publishers, 1990, “Calligraphy and mysticism”, p. 95.
11 Ibid., p. 106.
12 Nasr, Seyyed Hossein, Islamic art and spirituality, State University of New York Press, 1987, «The spiritual message of Islamic Calligraphy», pp. 17-36.
13 Schimmel, Annemarie, Calligraphy and islamic culture, IB Tauris and Co. Publishers, 1990, “Calligraphy and mysticism”, p. 82.
14 Ibidem, p. 84.
15 Ibid.
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[Tratto da: La Revue de Teheran]
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