Un terribile errore di calcolo*

In questi giorni il mondo dell’analisi politico-militare è in pieno fermento, mentre i media traboccano di una mole di dati assolutamente preoccupanti. C’è chi enumera cifre e statistiche sui pericoli di un blocco navale, riproponendo lo spettro di una crisi di carburante e granaglie; c’è chi esprime preoccupazione per la vulnerabilità di risorse vitali quali acqua ed elettricità; c’è chi ancora, sottolineando l’equilibrio delle forze in campo, e con esso la preponderanza militare del nemico, mette in guardia da un conflitto dagli esiti tragicamente scontati.
Sia sulla carta, che secondo i canoni classici della strategia militare, tutto appare logico e consequenziale. Ma se le teorizzazioni e gli algoritmi appannaggio dei think tank mondiali sono così precisi ed infallibili, come mai la storia continua a smentirli ripetutamente?
Riesaminiamo alcune domande fondamentali:
Quale fu l’equilibrio militare e tecnologico che, nel 1979, permise ad un dato popolo di rovesciare, a mani nude, gli agguerritissimi gendarmi della regione?
Quali furono quei provvedimenti logistici che, agli albori del governo Rajai, in piena penuria di grano, permisero al Paese di rimanere in piedi, senza alcuna implosione sociale?
Come fu possibile che nel 1980, a discapito delle previsioni del Pentagono e nonostante tutte le effettive difficoltà, l’Iran sia riuscito a resistere per ben otto anni di guerra, senza cedere neanche un palmo del proprio territorio?
Come fu che, con tutto il mondo schierato con Saddam e impossibilitati addirittura a procurarci del banalissimo filo spinato, si riuscì comunque a venire a capo di una situazione tanto drammatica?
Chi fu che, senza che noi ne sapessimo nulla, ridusse in cenere un intero convoglio di soldati americani nella tempesta di sabbia di Tabas?
In che modo, al culmine della guerra delle petroliere, nel Golfo Persico, venne infranta la supremazia navale della marina americana, nonostante il suo evidente avanzamento tecnologico?
Come è stato possibile, in questi ultimi anni, l’abbattimento dei droni più moderni e dei caccia più avanzati del nemico, nonostante i loro sistemi di tracciabilità fossero disattivati?
E come giudicare, a livello tecnico, logistico e militare, la nostra chiusura dello Stretto di Hormuz?
La risposta a questa serie di interrogativi non può che palesare il più terribile errore di valutazione in cui gli odierni analisti potessero cadere. Quale? L’avere ignorato la variabile più essenziale e incontrastabile dell’intero universo: “Iddio Onnipotente e le Sue inviolabili leggi”.
Credere che, solo perché circondati, apparentemente inferiori ad un nemico agguerritissimo, e con delle infrastrutture particolarmente vulnerabili, si sia incontestabilmente destinati alla sconfitta, è un approccio squisitamente ateo e materialista. Indubbiamente, il comando coranico “Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete…“ (8: 60) ci impone di esser pronti ed opportunamente armati, e oggi, per grazia di Dio, siamo al culmine della nostra potenza militare.
Tuttavia, l’errore fatale è considerare le “armi” come la causa ultima della vittoria. Le armi sono un mezzo per raggiungere un dato obiettivo, ma la vittoria finale è un traguardo prettamente metafisico: “E la vittoria non viene che da Allah”.
È tempo che i nostri analisti, invece di annaspare in un oceano di equazioni puramente immanenti, aprano gli occhi sulle realtà trascendentali e abbiano fede nell’infinita potenza di Dio; quella stessa potenza in grado di sconvolgere, in un solo istante, tutti i calcoli e le previsioni delle cosiddette superpotenze.
Il nostro vero fallimento non sta nella scarsità di benzina e di grano, ma nel dimenticare il “Signore dei Mondi”.
A proposito: quante lezioni di Tavakkul (totale affidamento a Dio) sono state finora frequentate dai nostri analisti e funzionari?
* Articolo dell’hojjatoleslam Seyyed Mohammad Hosseyn Raji, apparso sul quotidiano iraniano Kayhan il 17 luglio 2026