La stella di Soleimani nella galassia della via di Khomeini

La stella di Soleimani nella galassia della via di Khomeini
Mohammad Sarfi


Com’è bello, quando nascono i bambini, che nessuno sappia quale destino toccherà loro e quale preziosa missione sia stata preparata per le spalle deboli di alcuni di essi. Sì! Così Faraone, nonostante tutti i suoi sforzi, non riuscì a raggiungere il figlio di Imran e Iochebed, e Mosè distrusse la dinastia Taghut (1) sul Nilo del suo tempo. Fu in quel momento che, agli occhi dei pensatori mondani e superficiali, l’opera dei credenti era terminata: davanti le onde ruggenti del Nilo e dietro l’esercito di Faraone. Ma il destino divino era un’altra cosa. Così venne il comando a Mosè “Colpisci il mare con il tuo bastone” (Sacro Corano, 26: 63) e divenne possibile ciò che sembrava impossibile.

L’estate del 1953 fu dolce per Dwight D. Eisenhower, il 34° Presidente degli Stati Uniti. Gli agenti della CIA a Teheran si unirono ad agenti e mercenari della Bretagna, ormai non più “grande”, e completarono con successo l’operazione Ajax. Il governo iraniano dell’epoca venne rovesciato con un colpo di Stato e il re traballante e fuggitivo salì di nuovo al trono. Se avesse saputo qualcosa del futuro, il direttore della CIA Allen Dulles, cinque anni dopo, avrebbe senza dubbio inviato di nuovo una squadra di suoi agenti in Iran, ma questa volta non a Teheran ma a Qhanat Malek, un villaggio nel cuore dell’Iran centrale, nella semplice e umile casa di Mashhadi Hassan.

Ma né Eisenhower né Dulles sapevano, né tanto meno ne erano a conoscenza Mashhadi Hassan e Fatemeh, cosa riservasse il futuro e quale fosse la missione del bambino che nacque e pianse l’11 marzo 1957. Era il terzo figlio della casa e lo chiamarono Qassem. Fu una buona scelta e un buon nome. Questo neonato, e poi anonimo abitante del villaggio, aveva la missione di spartire alcune cose (in arabo Qassem vuol dire “colui che spartisce”, ndt). In questo senso siamo tutti Qassem, perché condividiamo le cose della vita con gli altri e tra gli altri. Ma lui doveva essere più Qassem di tutti noi.

Il mondo è pieno di strane avventure ed eventi straordinari. Ci sono punti apparentemente molto distanti e irrilevanti in ogni angolo del globo tra i quali nessun computer, intelletto o dispositivo immaginario può tracciare un collegamento. Quando l’agente della SAVAK chiese beffardamente a Ruhollah Khomeyni dove fosse il suo esercito, l’uomo di Dio, il cui cuore era più caldo del sole e i cui occhi erano più affascinanti dei fulmini del cielo, rispose con un cuore calmo e fiducioso: “I miei combattenti sono nelle culle”. Probabilmente il povero agente dei servizi di sicurezza iraniani sogghignò, per poi commentare in cuor suo o a fil di labbra: “Che chierico delirante e che cruda fantasia!” La reazione di quell’ufficiale non può essere criticata. Allora Qassem Soleimani aveva cinque anni, Mehdi Bakeri e Ismail Daghayeghi nove, Hassan Bagheri ed Ebrahim Hemmat otto, Hosseyn Kharazi sei, Ahmad Kazemi, Mehdi Zeinuddin e Hassan Tehrani quattro, Mahmoud Kaveh e Ali Hashemi due. Bambini lontani uno dall’altro, chi nelle città e chi nei villaggi. Stelle lontane nella galassia di Khomeini. Così lontane che nessun astronomo avrebbe potuto prevedere che un giorno esse si sarebbero improvvisamente manifestate, irradiando il cielo della propria luce.

Questi bambini sarebbero stati i comandanti dell’esercito del grande Khomeini, mentre molti dei loro soldati non avevano nemmeno messo piede in questa “valle di lacrime”. Abbiamo parlato di comandanti e soldati! Chiariamo qui il significato di queste due parole. Sapete perché il comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, il cui nome scuoteva le membra dei nemici, si è sempre considerato un semplice soldato e nel suo testamento ha ordinato di scrivere sulla sua tomba soltanto “combattente Qassem Soleimani”? Lo stesso soldato del quale con profondo rammarico, qualche giorno fa, così scriveva un media statunitense: “Soleimani ha unito le milizie di Iraq, Libano, Yemen, Afghanistan, Pakistan, Siria e Palestina in un’alleanza strategica, trasformando la Forza Quds in una specie di NATO”.

In un’epoca in cui le persone cercano la fama e si fabbricano titoli e cariche, l’uomo che ha cambiato il destino della regione e del mondo, soprannominato il “comandante delle ombre”, “il frantumatore dell’ISIS”, “l’uomo più forte del Medio Oriente”, e di cui erano gelosi perfino i comandanti dell’esercito americano, si considerava soltanto un soldato. L’origine di tutto ciò risale al tempo in cui, quell’anziano sapiente, dall’umile sedia dell’Hosseinyeh Jamaran, parlando con calma scuoteva il mondo intero. Qassem era un suo studente, uno studente di Ruhollah Khomeyni: colui che venne definito “il fondatore della sua Rivoluzione”, “l’uomo del secolo”, “il politico dell’epoca”, “il trasformatore del mondo e della storia”, ecc. Di certo era tutto questo, ma quando uno dei suoi seguaci gridò: “Siamo tutti tuoi soldati, o Khomeini, pronti ad eseguire i tuoi ordini!” egli con quella sua proverbiale semplicità mai in contrasto con l’intensità delle sue convinzioni, gli rispose: “Né io sono il tuo soldato né tu sei il mio. Siamo tutti soldati di Dio, a Dio piacendo.”

Non sono poche le brave persone e non ne abbiamo conosciute poche. Forse anche noi siamo brave persone, perché a volte agiamo rettamente. Condividiamo parte della nostra felicità, tempo, capacità e denaro con gli altri. Alcuni forse sono migliori e utilizzano anche la loro forza per migliorarsi e per fare del bene. In qualunque momento vedano ingiustizia ed oppressione, subito si preparano e scendono in battaglia. La missione di Qassem era quella di spartire pace, sicurezza, felicità e sorrisi e accanto a ciò paura, panico e ansia. Ciò che distingueva Qassem dalle altre brave persone era che non si accontentava. Sì! Accontentarsi di poco non è sempre una buona cosa. Non è bene accontentarsi di condividere il bene solo con una ristretta cerchia intorno a te. Qassem voleva pace, sicurezza e lietezza per tutti gli esseri umani della terra, non solo per la gente di Qhanat Malek, per gli abitanti di Kerman e per gli iraniani. Non gli importava quale lingua parlassero uomini, donne e bambini o quale religione praticassero o quali confini li dividessero. Sicurezza, pace e lietezza appartenevano a tutti, e panico e ansia era il dividendo spettante a chiunque li avesse impunemente sottratti. E’ qui che possiamo scorgere i due volti di Qassem. Uno più morbido della seta e più tenero dei fanciulli, come se fosse ancora un bambino di cinque anni di Qhanat Malek. Un cuore tenerissimo, un sorriso disarmante ed un pianto tenue come una nuvola primaverile. E un altro volto, furente e risoluto, come se Dio Onnipotente e Vendicatore gli avesse affidato la missione di distruggere i servi ribelli e assetati di sangue con le sue stessi mani e, dunque, mandarli all’inferno.

Le nostre strade affollate e buie sono anguste ed indegne di ospitare il tuo nome. Un giorno verrà scoperta una grande stella luminosa e le daranno il tuo nome. Grande uomo! Benedetto sia il tuo nome, acqua e fuoco si sono incontrati nei tuoi occhi, e benedetti coloro che vedranno di nuovo quegli occhi luminosi al tempo del ritorno, e tu spartirai la luce tra loro.

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NOTE

1) Così il noto storico ed esegeta Tabari descrive il termine coranico taghut: “Chi si arroga una posizione che si addice solo ad Allah, in modo che sia lui ad essere servito, adorato, invece di Allah; o chi costringerli altri ad adorarlo o accetta la loro adorazione volontaria. Quello che viene così adorato può essere un essere umano, uno shaytaan (diavolo), un idolo, una statua o qualche altro essere.” (Tafsir Tabari, vol 3, p. 21)

 

Traduzione a cura di Islamshia.org © E’ autorizzata la riproduzione citando la fonte

Writer : shervin | 0 Comments | Category : Attualità, politica e società

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