Al funerale dell’Ayatollah Khamenei, ho assistito all’espressione dell’anima dell’Iran attraverso il dolore, la poesia e un’incrollabile dignità

Al funerale dell’Ayatollah Khamenei, ho assistito all’espressione dell’anima dell’Iran attraverso il dolore, la poesia e un’incrollabile dignità

di Wang Hao


Non avrei mai immaginato che il mio legame con l’Iran si sarebbe approfondito in modo così solenne.

Su invito dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche dell’Iran, mi sono recato a Teheran all’inizio di questo mese per partecipare ai funerali di Stato della Guida martire della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei.

In qualità di storico, poeta e artista cinese, sono giunto con una profonda ammirazione per questa terra antica e sono ripartito dopo oltre dieci giorni ricchi di immagini, suoni e riflessioni indelebili. Ora, mentre riprendo in mano la penna, molti di quei momenti rimangono vividi nella mia mente.


L’addio a Mosalla: il cuore di una nazione messo a nudo

Il momento più sacro del mio viaggio si è svolto il 3 luglio, quando mi sono unito a capi religiosi e dignitari provenienti da tutto il mondo presso la Moschea Imam Khomeini di Teheran. Lì, ci siamo riuniti per rendere l’ultimo omaggio all’Ayatollah Khamenei e ai membri della sua famiglia.

La sala era avvolta da un silenzio profondo e solenne. Una musica solenne riempiva l’ampio spazio: non la musica di un’esibizione, ma la musica del dolore collettivo, di una nazione che diceva addio al suo padre.

Mentre mi trovavo in mezzo alla folla di persone in lutto, osservando l’incessante flusso di iraniani – giovani e anziani, uomini e donne, ricchi e poveri – che si avvicinavano alle bare con le lacrime che rigavano i loro volti, ho compreso qualcosa di essenziale: l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei non era per queste persone semplicemente un capo politico. Era un padre spirituale, una guida, un poeta le cui parole avevano plasmato i loro pensieri più intimi, uno studioso i cui insegnamenti avevano illuminato il loro cammino.

In quello spazio sacro, ho riflettuto profondamente sulla natura della sua leadership e della sua eredità. L’Ayatollah Khamenei era, a quanto avevo appreso da tutti, un uomo dai doni rari e straordinari: uno statista di profonda visione strategica, uno studioso religioso di rigore inflessibile e un poeta i cui versi parlavano direttamente all’anima persiana.

Il dolore a cui ho assistito non era artificiale; era reale e profondo quanto le antiche radici di questa terra. Era il dolore di un popolo che aveva perso non solo un capo, ma l’incarnazione vivente della propria dignità e della propria resistenza di fronte a decenni di pressioni e isolamento.

Da cinese, non ho potuto fare a meno di pensare alla nostra tradizione di venerazione per le grandi figure che hanno guidato la nazione attraverso i periodi bui. L’emozione che si respirava in quella moschea era la testimonianza di qualcosa che trascende la politica: un legame tra una Guida e il suo popolo, forgiato nella lotta e nella fede condivise. Quel giorno lasciai la moschea con una comprensione molto più profonda di ciò che l’Ayatollah Khamenei rappresentava per l’Iran e di ciò che l’Iran rappresenta per se stesso.


Prime impressioni di Teheran: il profondo affetto e la dignità di una nazione

Durante quei primi giorni a Teheran, l’intera città era avvolta da un’atmosfera solenne. Bandiere nere sventolavano basse lungo le strade ed enormi ritratti guardavano la folla accorsa per dare l’ultimo saluto. In mezzo a loro, osservavo iraniani di ogni età e aspetto – i Seyyed con i loro turbanti neri, i mercanti del bazar vestiti modestamente, le giovani madri che tenevano per mano i loro figli – convergere da ogni direzione per salutare la loro Guida spirituale.

In quel momento, ho percepito profondamente che non si trattava di una cerimonia orchestrata, ma di un’emozione che nasceva dal profondo della terra. In quanto cinese, questa sensazione non mi è nuova. Anche la nostra nazione nutre una profonda venerazione per quei saggi e quelle figure che incarnano lo spirito del nostro popolo. Per le strade di Teheran, ho percepito una risonanza emotiva che trascende i confini della civiltà.


Poesia: un linguaggio comune tra due antiche civiltà

Di tutti i momenti vissuti durante il mio breve soggiorno in Iran, quello che più mi ha emozionato è stata una serata dedicata alla poesia persiana.

Un funzionario dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche invitò me e alcuni amici stranieri nella sua stanza per prendere il tè. La stanza era ricoperta di tappeti persiani; ci togliemmo le scarpe, entrammo e ci sedemmo per terra. Mentre il profumo del tè si diffondeva intorno a noi, iniziò a recitare brani dello Shahnameh di Ferdowsi, per poi citare con disinvoltura versi di Saadi e Hafez.

In quel momento, respirava naturalmente, in una lingua che gli scorreva nelle vene.
Gli dissi che in Cina recitiamo le poesie delle dinastie Tang e Song esattamente allo stesso modo. Li Bai, Du Fu, Su Shi: questi nomi sono per i cinesi ciò che Ferdowsi, Saadi e Hafez sono per gli iraniani. Sorridemmo e, in quell’istante, due antiche civiltà trovarono la loro risonanza più semplice e al tempo stesso più profonda.

È l’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche, sotto la guida del suo presidente, il signor Mohammad Mahdi Imanipour, a promuovere questo dialogo tra civiltà. Da anni, si dedica a presentare la cultura e la fede iraniana al mondo, istituendo centri culturali e inviando addetti culturali in diversi Paesi. Comprendo che non si tratti semplicemente di divulgazione culturale, ma di un tentativo – al di là del discorso occidentale dominante – di trovare una voce autonoma per un’antica civiltà. La Cina è impegnata in un’impresa analoga.


Dal bazar al parco tecnologico: una nazione che avanza sotto pressione

A Teheran ho anche girovagato tra bazar tradizionali e moderni centri commerciali. Ho sperimentato in prima persona la rinomata cordialità e astuzia dei mercanti persiani: nel cordiale scambio di contrattazioni, ho acquistato regali per la mia famiglia e ho percepito la sottile arte del “salvare la faccia” negli affari. Questa saggezza nel bilanciare la cortesia e la tutela degli interessi è un aspetto profondamente affascinante della cultura iraniana.

Ho visitato anche un parco tecnologico alla periferia di Teheran, dove si sono riunite diverse centinaia di aziende e giovani ingegneri si sforzano di innovare in un contesto di sanzioni e isolamento.

Comprendo profondamente che questa resistenza – la determinazione a mantenere l’indipendenza scientifica nonostante le pressioni politiche ed economiche esterne – sia un microcosmo dell’indomabile spirito iraniano. Come visitatore proveniente da un Paese che ha anch’esso subito blocchi tecnologici, nutro un sincero rispetto per questo.

Legami di fede: la rivelazione di Najaf e Karbala

Durante il mio viaggio, ho appreso che la bara della Guida iraniana martirizzata era stata portata nelle città sante islamiche di Najaf e Karbala, in Iraq, capitali spirituali del mondo sciita. Le scene di cittadini iracheni che si accalcavano lungo le strade per accoglierla erano profondamente commoventi.

Sono consapevole della guerra durata otto anni e delle ferite che ha lasciato tra Iran e Iraq. Eppure, le scene che vediamo oggi per le strade di Najaf ci dimostrano che un legame fondato su una fede e una ricerca spirituale condivise può trascendere i rancori storici, superando le differenze di etnia e lingua.

Non si trattava semplicemente di un addio a una Guida religiosa; era la riaffermazione, da parte di una comunità, del proprio nucleo spirituale. Ciò mi ha spinto a riflettere: in un mondo moderno di Stati-nazione, legami spirituali così, trascendendo i confini, potrebbero essere la chiave per comprendere la logica profonda della politica del Medio Oriente.

Residenza dell’Imam Khomeini e convivenza religiosa

Il nostro itinerario comprendeva anche l’ex residenza dell’Imam Khomeini nella zona nord di Teheran. In piedi in quella modesta stanza, ho cercato di immaginare da quale luogo fosse nata, più di quarant’anni prima, la rivoluzione che ha trasformato l’Iran e l’Asia occidentale.

Ci era stata inoltre organizzata una visita a una sinagoga. In un Paese in cui l’Islam è la religione di Stato, la comunità ebraica mantiene ancora il proprio luogo di culto.

Ciò ha riportato alla mente la lunga tradizione storica dell’Iran, dalla liberazione dei prigionieri babilonesi da parte di Ciro il Grande alla coesistenza di molteplici fedi durante l’era sasanide. L’esperienza storica dell’Iran a questo riguardo merita la seria attenzione del mondo.

Cina e Iran: un dialogo tra antiche civiltà nell’era contemporanea

Durante il mio soggiorno, sono stato invitato a tenere una conferenza presso la sede dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche, dal titolo “Cina e Iran: parallelismi e intrecci di civiltà”.

Ho parlato degli scambi tra le civiltà persiana e cinese lungo il lento fiume della storia, dalle carovane della Via della Seta al reciproco arricchimento di musica e poesia. Ho anche parlato dei destini simili che le nostre due nazioni hanno affrontato in epoca moderna, nel rispondere alle pressioni occidentali e nel perseguire l’indipendenza e il rinnovamento nazionale.

Dopo la conferenza, uno studioso iraniano mi disse: “Le sfide che affrontiamo non sono le stesse, ma ci comprendiamo a vicenda”. Questa frase racchiude la più profonda intuizione del mio percorso.

Cina e Iran, in quanto due grandi “Stati-civiltà”, hanno molto da comprendere l’uno dell’altro nel panorama internazionale contemporaneo. Certo, i nostri percorsi di sviluppo non sono identici: la Cina ha scelto di riformarsi e svilupparsi all’interno del sistema internazionale esistente, mentre l’Iran ha intrapreso la via della resistenza. Eppure è proprio questa “armonia nella diversità” che rende il nostro dialogo ancora più significativo.

Al popolo iraniano, porgo il mio rispetto

La mattina della mia partenza da Teheran, ho guardato indietro dal finestrino dell’auto, verso la città. Ho pensato a quel funzionario che recitava poesie, agli anziani che piangevano in silenzio al funerale, ai giovani ingegneri determinati nel parco tecnologico e al mercante del bazar che si era sforzato tanto di spiegarmi il prezzo in persiano e che alla fine aveva concluso l’affare con un sorriso.
Ma soprattutto, ho ripensato a quella solenne mattina alla Mosalla, in piedi davanti alla bara di un uomo che aveva plasmato il destino di una nazione. Ho pensato alla musica che sembrava racchiudere il peso del dolore e dell’orgoglio di un’intera civiltà. E ho pensato ai volti tra la folla: volti che mi dicevano che non si trattava del dolore dei sudditi per un sovrano, ma del dolore dei figli per un padre.

L’Iran è un Paese che nutre la propria anima con la poesia, unisce la comunità attraverso la fede e affronta le avversità con resistenza. Il popolo iraniano non si tira mai indietro di fronte alle minacce alla propria dignità e dimostra sconfinata cordialità e cortesia verso i propri ospiti.

Nel loro amore per l’Ayatollah Khamenei, ho visto l’amore di un popolo per i propri ideali più elevati: per la giustizia, per la dignità, per il diritto di tracciare il proprio percorso nel mondo.

Come visitatore proveniente da un’antica civiltà orientale, come amante della poesia e della storia, porgo al popolo iraniano il mio sincero rispetto. Credo che finché le civiltà continueranno a dialogare, finché la poesia continuerà a essere cantata, avremo la capacità di trovare, tra le complessità della situazione internazionale, un cammino che conduca ai cuori gli uni degli altri.

[Articolo apparso originariamente su Press TV]

Writer : shervin | 0 Comments | Category : Ayatullah Khamenei , Notizie

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