La Rivoluzione Islamica e l’Imam Khomeini (R.Arcadi)

La Rivoluzione Islamica e l’Imam Khomeini

R.Arcadi

Sono trascorsi oramai più di quaranta anni da quando, in quel lontano ed indimenticabile 1978, cominciarono a circolare in Occidente, assieme alle notizie sui sempre più frequenti e sanguinosi rivolgimenti che avrebbero portato da lì a poco in Iran alla vittoria della Rivoluzione Islamica, le immagini di un vegliardo sino ad allora quasi del tutto sconosciuto al di fuori del mondo Sciita, di un uomo straordinario, destinato a segnare con la sua opera provvidenziale i destini dell’umanità. Sguardo profondo, fisso, consapevole e indagatore, occhi neri scintillanti di luce interna, lineamenti del volto sottili e regolari, solennità e semplicità del gesto, portamento ieratico e distaccato, alla cui nobiltà e dignità davano maggior risalto i lunghi abiti scuri della religione, ed il turbante nero dei discendenti del Nobile Profeta: quest’uomo, nelle cui vene scorreva lo stesso sangue di Muhammad (pace su di Lui e sulla Sua Famiglia), di Alì (as) e di Fatima (as), era Ruhollah Mussavy detto Khomeini, eminente giurista, gnostico illuminato, poeta ispirato, acuto filosofo e teologo profondo, colui nel quale il popolo iraniano e il mondo sciita avevano incominciato a ravvisare, in tutta spontaneità e con entusiastica fermezza di convinzione, l’artefice provvidenziale e la guida politica e spirituale del riscatto islamico.

E già di prim’acchitto, dalle sue stesse fattezze esteriori, così come dai tratti del portamento, ci si poteva accorgere, noi occidentali, a dispetto di tutte le nostre tare psicologiche e culturali, di come questa figura fosse la materializzazione di un qualcosa d’inafferrabile. Quest’uomo veniva certo da lontano, noi non sapevamo da dove, e non nel senso di una banale distanza geografica oramai quasi annullata dai mirabolanti marchingegni della modernità globalizzatrice, ma in quello di una lontananza simbolica e metafisica del tutto irriducibile alle nostre comuni misure: il suo mondo d’origine e patria d’elezione era quello della Rivelazione Profetica, la cui luce ha il fulgore della gloria divina, il cui cielo ha il colore del sangue dei Martiri di Karbala e di tutti coloro che sono caduti sulla Via di Dio, la cui terra è la pura gemma della fede e delle opere conformi alla Sua Legge, dalle quali la linfa fulgente della Sua Grazia distilla l’ambrosia ineffabile dei frutti paradisiaci.

Ma all’incommensurabile lontananza di questo dominio superno, fa riscontro la sua vicinanza estrema, l’intima sua presenza al nostro mondo che sfiora il limite di una paradossale identità, giacché “a Lui appartiene il segreto dei cieli e della terra” (Corano 18:26).

Dalle altezze della sua conoscenza irfanica, Ruhollah Khomeini era perfettamente consapevole di tutto questo: egli ben sapeva che Dio è l’Unica Realtà, e che il mondo è effusione della Sua Gloria, sia pur nella sua infinita dissomiglianza, al di là di ogni rapporto estrinseco di causalità; e ben sapeva che è compito dell’uomo aprirsi a questa effusione, conformarvisi nella sua completezza, per esserne un riflesso partecipe dello splendore, e non una scintilla impazzita che vaghi nelle tenebre o in esse si vada dissolvendo.

Apprendiamo dalle biografie dell’Imam Khomeini che la sua vita presenta una netta cesura: ad una prima parte in cui la pratica alacre della gnosi aveva distillato dagli inchiostri della sua penna i frutti esteriori del suo sapere sotto forma di scritti di filosofia, di teologia, di simbolica, di mistica spazianti senza soluzione di continuità, ma secondo l’armonica compiutezza dei gradi successivi di una concatenazione gerarchica, dal livello della ragion dialettica sino al dominio più propriamente metafisico ed esoterico; a questa prima parte della sua vita e della sua opera fa seguito, come dice egli stesso nei suoi scritti, una seconda età in cui, dopo che l’inchiostro della penna gli si era disseccato tra le mani, Dio lo aveva chiamato al passaggio negli “statuti della molteplicità”. L’Imam Khomeini obbedì senza esitare alla chiamata divina.

Quel che ci sembra a questo punto opportuno e doveroso premettere alle considerazioni che seguiranno, è che a nostro avviso questo passaggio agli “statuti della molteplicità” presenta un’analogia a dir poco sconcertante con quella che taluni autori hanno designato come “realizzazione metafisica discendente”. Non vorremmo apparire troppo audaci, ma è come se l’anima umana, nella sua ascesa alla prossimità divina, finisca col dovere apparentemente invertire il verso di questo atto e moto, allontanandosi apparentemente da Dio, ma non facendo altro con ciò se non conseguire una stazione ancor più elevata della sua intimità, della sua Walayat, conformandosi a questa stregua anche a quella processione discendente che, procedendo dai misteri ineffabili del Sé, riconduce ad una più compiuta conformità a quell’essenza semplicemente riflessa nei due domini della Sua Gloria, in quello dei Nomi ed in quello degli Atti.

Ruhollah Khomeini venne provvidenzialmente chiamato a questa presenza in un frangente dei più tragici ed oscuri per un’Umma Islamica del tutto prostrata dalle debolezza interne, dalla discordia, e dall’oppressione impostale dai poteri mondani dell’empietà e della miscredenza. Occorreva dare inizio a tutta un’opera di ricostruzione che, procedendo dall’interiorità dei Credenti, fosse in grado d’imporsi e di dar forma anche agli aspetti più esteriori ed effettuali del mondo umano, senza nessuna soluzione di continuità, in un’articolazione armonica che, pur rispettando l’ordine di preminenza dei singoli livelli, escludesse ogni rinunzia, ogni rinvio, ogni attesa. L’esteriore è e deve essere, nell’uomo e nel mondo, il riflesso e il segno dell’interiore, per quella che è la conformazione ontologica del nostro livello d’esistenza.

Un’interiorità priva di riscontro esteriore si riduce a vano intimismo incapacitante, a dispetto di tutte le pretese di superiorità e distacco, che dissimulano la propria tracotanza boriosa sotto i panni di un’umiltà affatto speciosa e funzionale alla miscredenza, e pretendono di fatto di negare a Dio stesso la Sua Signoria sulle cose di questo mondo.

Ora, nell’ambito esteriore, quello che è l’obiettivo più ambito delle mire della miscredenza, è il dominio politico e sociale. E’ su di esso che tali forze si adoperano per stabilire incondizionatamente il proprio empio potere. L’interiorità umana venga pur lasciata a sé stessa, o alle cure di sedicenti pastori d’anime, del tutto incapaci di assurgere al rango di vere guide spirituali, se non persino complici interessati dei poteri mondani nel conseguimento dei loro fini perversi. Il fatto è che l’uomo comune, privo com’è di sapienza superinfusa, ha bisogno di cause occasionali sensibili per risvegliare e ravvivare in sé il suo impulso divino, pietra angolare della sua natura propria. Sicché questa stessa esteriorità dovrà essere conformata, ordinata ed orientata in modo tale da dare adito non più solo virtualmente, ma effettivamente, alle potenzialità superiori dell’essenza umana in quanto ricettacolo dell’effusione della grazia divina. Stando così le cose, si rende assolutamente necessario lo stabilirsi di un potere politico che tragga la sua consacrazione da una dimensione genuinamente spirituale. Ogni autorità legittima viene dall’alto, ed è questa una questione di vita o di morte per la sopravvivenza stessa del nostro mondo.

L’Imam Khomeini rammentò agli uomini che la prossimità divina del Waly, dell’intimo di Dio, è la fonte di ogni legittimità temporale, e quindi di ogni compiuta ed efficace applicazione della Legge divina. Sicché i veri depositari dell’autorità politica sono, per volere divino, i Profeti (as) e gli Imam (as), e nel nostro tempo l’Imam Occulto e Vivente, il Mahdi atteso, che Allah affretti la Sua manifestazione, presente alla Comunità dei Credenti nella Sua stessa concretezza carnale, le cui veci spettano, nell’attesa della Sua manifestazione vittoriosa, al consesso dei sapienti, che sono i retti giurisperiti, i quali sono peraltro in grado di esprimere al proprio interno una personalità cui spetti l’incombenza delle realizzazioni pratiche conseguenti ad una prerogativa siffatta.

Fu questa la dottrina che l’Imam Khomeini insegnò al mondo, traendola dal Corano e dalla Sunna in cui essa è contenuta, ed esplicitandola ancor di più, per la liceità della continuazione dello ijtihad, dell’inferenza giuridica garantita dalla giurisprudenza sciita, in rapporto alle esigenze sempre più stringenti di un’età quale la nostra dominata dall’empietà e dall’oppressione. E’ da rilevarsi peraltro come nella comunità sciita la persona del sapiente includa in sé, almeno in linea di principio, i due aspetti della giurisprudenza e della gnosi, il polo esoterico e quello exoterico della autorità spirituale, senza nessuna soluzione di continuità, come fa fede l’esempio stesso dell’Imam Khomeini, il che la mette in grado di reggere la Comunità traendo la sua autorità dal moto d’ascesa alla pura visione intellettuale dei misteri divini, che lo gnostico deve alla mediazione dei 14 Purissimi (as), al riflesso delle Luci che Dio pose attorno al Suo Trono prima della creazione. Piena corrispondenza dunque tra esteriore ed interiore, tra politica e spiritualità, in una connessione gerarchica e conseguenziale dei vari Livelli quale la preconizza il significato stesso della parola “waly”, che contraddistingue l’”intimo”, colui al quale la prossimità divina conferisce l’incombenza del governo degli uomini.

Tutto questo l’Imam Khomeini seppe attuarlo nella realtà effettuale di un’epoca tenebrosa quant’altre mai. Il che dà maggior risalto alla sua grandezza. A nostro avviso, solo l’assistenza divina per il tramite dell’Imam Occulto (ag) può fornirci la chiave di un successo altrimenti inesplicabile. Ed in effetti la sua opera, nel considerarla, ha del miracoloso. Con le sole armi della fede in Dio e dell’osservanza della Sua Legge, egli si guadagnò il riconoscimento spontaneo ed unanime degli iraniani, di un popolo il quale, non dimentichiamolo, sembrava oramai avviato a precipitare sulla china rovinosa di un’irreversibile secolarizzazione e occidentalizzazione, e riuscì ad abbattere un despota tanto possente quanto sanguinario, disperdendo i suoi satelliti, e quasi paralizzando lo strapotere dei suoi protettori, del tutto incapaci non soltanto di reagire efficacemente, ma neppure di capire che cosa stesse accadendo sotto i loro stessi occhi. E lo spettacolo indimenticabile dei milioni di iraniani riunitisi ad accoglierlo nelle vie di Teheran dopo il ritorno dall’esilio, fu il suggello della vittoria di Dio stesso e della Sua Legge contro le forze del caos e della dissoluzione. L’Iran tornava ad essere, primo caso nell’età contemporanea, terra dell’Islam, Dar al Islam, e sfidava frontalmente le potenze sataniche dominatrici di questa età di tenebra. Non per nulla la Comunità Sciita acclamò Khomeini con l’appellativo di “Imam”, quasi ravvisando nel successo della sua azione una prefigurazione minore dell’avvento dell’Imam Mahdi (ag).

Ma non fu questa la fine della sua opera: ristabilito in Iran un Governo Islamico, il primo dai tempi del Profeta (s) e dell’Imam Alì (as), egli dovette guidare il suo popolo nella lotta contro l’aggressione militare scatenata dall’Occidente per interposta persona, e contro il blocco economico, il terrorismo interno, i tentativi di sedizione dei traditori prezzolati.

Ma innanzitutto, la sua fu un’opera di edificazione spirituale che riuscì a formare una comunità compatta, pronta ad a versare in nome e in difesa dell’Islam il suo prezioso sangue fecondatore. Le centinaia di migliaia di martiri della guerra imposta lo dimostrò a tutto il mondo. E la sua morte fu la sua apoteosi: milioni e milioni di persone, tutto un popolo in lutto e in pianto, nel ricordo della guida politica e del padre spirituale, di colui che li aveva condotti alla vittoria nel piccolo e grande Jihad, ridando loro la dignità di Credenti e di uomini liberi.

Oggigiorno l’opera dell’Imam Khomeini appare più salda e attuale che mai. A dispetto di tutto e di tutti, di tutte le difficoltà reali, così come delle malevole distorsioni e della vana saccenteria ipocrita degli pseudo Soloni d’Occidente e dei loro squallidi lacchè acculturati, l’Iran Islamico, guidato dai capi politici e spirituali formati dal magistero dell’Imam che ne hanno preso in mano l’eredità, primo fra tutti l’Ayatollah Khamenei, suo diretto successore, si è andato sempre più rafforzando, e costituisce un esempio ineludibile di autonoma, libera rigenerazione spirituale per i popoli dell’Ummah Islamica e del mondo intero. Certo, si è ben lungi dall’aver superato tutte le difficoltà, anzi a nostro avviso il peggio deve ancora giungere, e giungerà allorquando un Occidente frustrato e disilluso tenterà con tutti i mezzi di addivenire ad un definitivo regolamento dei conti. Ma l’insegnamento e l’esempio dell’Imam Khomeini, che ci ha indicato nel Corano e nella Sunna la fonte primaria di ogni realizzazione, permane come elemento ispiratore capace di far fronte ad ogni sfida. Ed il suo mausoleo resta un punto di riferimento per le moltitudini di pellegrini che vi si recano per rendere riverente omaggio all’uomo prescelto da Dio come artefice della rinascita dell’Islam nel nostro tempo.

“Egli e’ Colui che eleva ai livelli più alti ed Invia il Suo Spirito su chi vuole tra i suoi servi, affinché questi possa avvertire del Giorno dell’Incontro. A chi apparterrà la sovranità in quel giorno? Ad Allah, l’Unico, il Dominatore” (Corano XL: 15-16).

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Writer : shervin | 0 Comments | Category : Imam Khomeyni (ra)

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