Khamenei: gli uomini liberi hanno nei tuoi confronti un diritto e un dovere
Bilal al-Lakkis*
Questo articolo non analizza i fondamenti intellettuali e dottrinari della visione del martire Imam Seyyed Alì Khamenei, che Dio ne santifichi l’anima. Intende piuttosto mettere in luce i suoi contributi diretti e “pratici” al processo di rinascita e risveglio che abbiamo vissuto al suo fianco, nel dare forma alla speranza e nel contrastare la tirannia.
Un pensiero orientato all’azione
Quale ruolo eccezionale ha svolto questo sapiente e giurista nel guidare una trasformazione storica avvenuta in una fase considerata tra le più complesse e articolate della storia della regione, se non del mondo intero? Egli è riuscito a dare centralità agli oppressi, a consolidarne la posizione e la voce, in particolare di quanti si sono impegnati in questa nobile causa, vale a dire la lotta contro l’ingiustizia, con in testa i popoli della Resistenza.
Il cammino dell’Imam martire si colloca in autentica continuità con la via tracciata dal padre della Rivoluzione Islamica, l’Imam Khomeini. Con fermezza, egli ha proseguito il lavoro di sviluppo e adattamento degli orientamenti del fondatore, traducendoli concretamente nella realtà e in un modello pratico. L’Imam Khamenei ha perseguito una visione di radicamento e proiezione, sia sul fronte interno che esterno. Sul piano interno, ha concentrato i propri sforzi sulla costruzione di un modello fondato sulla sovranità, sull’indipendenza e autosufficienza (iqtidar). Sul piano esterno, si è dedicato all’unità e al riavvicinamento delle varie componenti dell’Ummah, ponendo al centro la Palestina, Gerusalemme e la concretezza della loro liberazione.
In tale prospettiva, ha contribuito a plasmare non solo una letteratura politica, ma all’elaborazione di una vera e propria struttura mentale e psicologica, individuale e collettiva, nelle società oppresse, tracciando percorsi concreti volti allo sviluppo del proprio potenziale, alla riscoperta di sé e all’estromissione delle potenzialità egemoniche dalla regione. Considerava queste visioni e la loro applicazione come la traduzione pratica della preghiera dell’Ummah e l’essenza stessa del suo culto.
A differenza di molti studiosi e ricercatori, non si è lasciato assorbire nelle controversie dottrinali, nonostante l’originalità delle sue idee e la profondità delle sue riflessioni, ma ha concentrato invece ogni sforzo su ciò che appartiene alla sfera della prassi, affinché l’Ummah possa individuare la via che conduce alla conoscenza della Verità (al-Ḥaqq), schierarsi dalla sua parte e impegnarsi in essa.
È attraverso una corretta condotta politica che la Ummah islamica e gli oppressi possono cogliere le finalità dell’appello dei profeti, la cui missione essenziale consiste nel far conoscere ai popoli la Verità (al-Ḥaqq) e la via per conformarvisi. Per lui, nessun atto di culto o precetto religioso può essere realmente consacrato a Dio Onnipotente se resta sottoposto al potere, all’autorità e al dominio del tiranno.
Liberarsi dalle catene
L’insidia (al-fitna), in questo contesto, consiste nel fatto che molte persone non riconoscono più una catena come tale quando è dorata o ricoperta d’oro. I tiranni del nostro tempo sono stati abili nel presentare i propri vincoli in forme eleganti o seducenti, quasi fossero dorati. È questa una delle sfide più pericolose che il mondo contemporaneo si trova ad affrontare.
Per questo, il suo primo passo è stato condurre l’Ummah e la società verso una reale liberazione, nel sottrarle a ogni forma di sottomissione all’oppressore, vale a dire agli Stati Uniti, e nel ricollegarle alla fonte stessa della potenza divina. Si è adoperato per formare e rafforzare la società, affinché acquisisse la necessaria lucidità per discernere la Verità (al-Ḥaqq), distinguere il Falso (al-Baṭil) dal Vero e schierarsi dalla parte di quest’ultimo.
La cultura del “Noi possiamo”
La via dell’autosufficienza (iqtidar) e la cultura del “noi possiamo” costituirono il passo successivo. Il primo e più grave problema della Ummah islamica risiedeva in quella paura, una paura trasformatasi in una vera e propria fobia, al punto che la percezione di sé passava ormai soltanto attraverso lo sguardo esterno. I popoli erano diventati prigionieri di una logica di debolezza e dipendenza, convinti che non vi fosse futuro se non nell’allinearsi agli altri, invece di immergersi in profondità dentro se stessi per riscoprire le proprie immense risorse e potenzialità.
Il venerato martire avviò e sostenne percorsi paralleli sul piano scientifico, intellettuale, sociale e politico, animati da uno spirito rivoluzionario e di jihad, inteso nel suo significato ampio di sforzo, impegno, disciplina e superamento di sé. Ed è proprio questo il punto essenziale.
Collegando ogni azione al jihad, conferì a ciascuna di esse un significato particolare. Ogni sforzo individuale e collettivo venne così posto al servizio di un ideale superiore e di una causa nobile: servire l’islam e gli oppressi, e spezzare la forza dei tiranni e degli arroganti oppressori, vale a dire gli Stati Uniti, i regimi occidentali e l’entità sionista.
Raggiunse l’obiettivo che si era prefissato mostrandoci, in modo concreto, che eravamo realmente capaci e che il divario che ci separava dall’Occidente in alcuni ambiti, in particolare nelle scienze applicate e materiali, poteva essere colmato attraverso la fiducia in noi stessi, nel popolo e in Dio Onnipotente.
Riteneva inoltre che la dimensione morale e spirituale costituisce un patrimonio considerevole, grazie al quale superiamo la civiltà occidentale.
L’unità dell’Ummah islamica
Egli si è fatto carico della causa della Ummah islamica nel suo insieme, senza frammentazioni, discriminazioni né spirito settario. Mi spingo persino ad affermare che fu tra coloro che elaborarono la visione teorica e pratica più compiuta dell’«unità della Ummah islamica». Pochi ebbero il coraggio di esprimersi con altrettanta fermezza sullo «sciismo britannico», da lui considerato l’altra faccia dell’estremismo e del terrorismo di Daesh. Sostenne i popoli della Resistenza senza esitazioni né distinzioni, in Iraq, in Libano, in Palestina e nello Yemen, ciascuno secondo le proprie condizioni.
Nessun altro è riuscito a tracciare con pari chiarezza il cammino di questo risveglio e a tracciarne la mappa, al punto che si può affermare che egli fu davvero l’architetto del movimento di rinascita islamica, e persino mondiale. Ed è ciò che emerge progressivamente.
La forza di un modello
Quanto alla forza del suo modello, parliamo di una personalità che ha ispirato decine di milioni di persone nel mondo arabo, islamico e oltre. Divenne una figura nella quale esse si riconoscevano e attraverso la quale definivano se stesse.
La forza del suo esempio non derivava dal potere politico, dalla ricchezza o dalla posizione istituzionale che occupava, bensì, prima di tutto, dalla sua forza interiore, dall’autorità del suo sapere e dalle sue numerose qualità. Incarnava così un modello vivente d elle guide di spicco dell’Islam. È giunto p erfino a dare forma alla propria morte, trasformandola non in una fine, ma in un atto di rinascita capace di prolungare la sua esistenza e la sua opera di risveglio. Scelse il martirio affinché la sua morte, come la sua vita, divenisse per la Ummah islamica e per l’intera umanità una fonte di slancio e di mobilitazione. Con il proprio sangue ha schiaffeggiato i capi della miscredenza, e il suo sacrificio si è trasformato in una forza travolgente che ha contribuito a quel grande sconvolgimento nel quale l’Iran si è levato con fierezza e determinazione, ha sventato gli obiettivi degli Stati Uniti, si è imposto come attore internazionale e ha conosciuto una vera rinascita, consolidando il proprio modello, divenuto più coeso, più forte, più coraggioso e meno timoroso che mai di affrontare direttamente gli Stati Uniti sul piano militare e di uscirne vittorioso. Ha così aperto alla Ummah islamica e ai suoi popoli un vasto orizzonte di potenza e possibilità.
Un linguaggio per il proprio tempo
Quanto al suo discorso, il suo stile si distingueva per il ricorso a esempi concreti e immagini sensibili, sul modello di quanto il Libro di Dio, il Corano, ci ha trasmesso un proposito di Gesù, figlio di Maria. Questo modo di esprimersi, nutrito di esempi, della saggezza dei secoli, dell’esperienza dei popoli e dei patrimoni custoditi da alcune culture, ha avuto un impatto profondo sulle generazioni stanche dell’ingiustizia, dell’assenza di equità e dell’egemonia esterna. Quel discorso ha saputo raggiungerle nel profondo e infondere in loro uno spirito rivoluzionario, senza tuttavia scivolare nell’impulsività.
Anche nell’arte dell’oratoria sviluppò approcci propri e distintivi nell’affrontare le diverse questioni. Una delle sue caratteristiche consisteva nel forgiare concetti e termini propri, senza cedere alla facilità di prenderli in prestito da altri. Voleva che fossero radicati nella propria tradizione e distinti dai riferimenti intellettuali occidentali, pur restando capaci di parlare il linguaggio delle generazioni contemporanee, di comprenderne il modo di pensare e il rapporto con la conoscenza.
Basta osservare il modo in cui ha presentato il valore del martirio, le espressioni «Asia occidentale» e «Golfo islamico», il concetto di presidi culturali, la nozione di potenza sovrana (iqtidar), nonché la sua teoria della Resistenza, della rivoluzione e della razionalità. Lo stesso vale per il jihad del chiarimento (jihad al-tabyin), che rappresenterà una vera rivoluzione intellettuale e pratica, insieme a decine di altri esempi.
Il popolo e la donna
Tra le questioni centrali alle quali ha consacrato la propria azione e che ha contribuito a far progredire la figura del popolo e della donna. Le diverse esperienze, nel modo di affrontarle, avevano spesso oscillato tra eccesso e negligenza.
Ha attribuito al popolo nel suo insieme una posizione centrale. Il lettore, così come l’osservatore obiettivo, può restare colpito dalla profondità con cui ha arricchito e radicato la teoria del governo religioso del popolo, nonché dal ruolo autentico che vi ha riconosciuto al popolo stesso, in un’impostazione che può essere considerata una vera innovazione nella sociologia politica. Per decenni ha presentato con coerenza un modello peculiare del significato e della filosofia del ruolo del popolo, dei suoi doveri e della maturazione della sua presenza centrale, senza ricadere nella concezione della democrazia intesa nel suo significato occidentale.
Dopo quarantasette anni, e nonostante uno dei blocchi più severi mai imposti a un Paese, questo modello ha dimostrato di aver contribuito a formare una società attiva, viva, solidale, coraggiosa, creativa, fiera di sé, amante delle sfide, ambiziosa e portatrice di grandi cause: una società che partecipa con forza ed è protettiva, invece di limitarsi a osservare o di restare superficiale, assorbita dalle apparenze e dalle funzionalità.
Quanto alla donna, alla quale ha riservato un’attenzione particolare e profonda, riteneva che fosse stata vittima di ingiustizie tanto in Occidente quanto in Oriente, nonché all’interno di numerose esperienze islamiche. Il suo ruolo non si è limitato all’elaborazione di una visione teorica. Per oltre quattro decenni si è impegnato a tradurla concretamente nella società. Abbiamo così assistito all’emergere di un modello differente della presenza femminile, del suo impegno, della sua influenza, della varietà dei suoi ambiti di attività e della sua libertà d’azione, senza cadere nell’impulsività né nel complesso dell’autoaffermazione e della libertà.
Dopo il martirio
Dopo il suo martirio, osservando sugli schermi delle emittenti internazionali le immagini dei suoi funerali storici, sono diventato ancora più convinto che tutti gli obiettivi ai quali aveva consacrato la propria vita si sarebbero realizzati e non si sarebbero indeboliti, contrariamente a quanto alcuni avevano immaginato. Al contrario, il suo sangue li ha resi ancora più ardenti. La sua parola e il suo appello risuonano oggi con maggiore forza, mentre la Palestina appare più vicina che mai, nonostante i tentativi dei suoi avversari di far credere il contrario.
Quanto alla Ummah islamica, sostenuta dal coraggio delle sue genti e dalla sfida lanciata a quello che l’autore presenta come il più grande oppressore della storia, gli Stati Uniti, essa è uscita dal proprio torpore, pagando un prezzo immenso: il suo sangue e quello di suo fratello,
Seyyed Nasrallah, insieme a quello di decine di dirigenti caduti, da Gaza a tutti gli altri fronti della Resistenza.
* Analista e ricercatore libanese specializzato in politica e relazioni internazionali, già membro del consiglio politico di Hezbollah.