Intervista a Enrico Galoppini – a cura di Hamza Biondo

Intervista al Prof. Enrico Galoppini

a cura di Hamza Biondo – 04/02/2009

Il Mediterraneo è stato nei secoli teatro non solo di antagonismi, ma anche di influssi culturali, migrazioni e commerci tra “mondo musulmano” e “civiltà cristiana” che, pur belligeranti, dialogavano con reciproco rispetto.

Sembra strano a dirsi, oggi, ma “si stava meglio quando si stava peggio”… nel senso che nei secoli del cosiddetto Medioevo, sull’essenziale, le differenti popolazioni erano molto più affini, mentre è dal periodo cosiddetto “moderno” che s’è diffusa la percezione che “noi” siamo totalmente diversi da “loro”. E questo ha preso forma nel pregiudizio “progressista”: “noi avanti”, “loro indietro”… Il “pregiudizio del Progresso”, tra l’altro, può attecchire solo in un ambiente in cui la dimensione spirituale dell’esistenza è compressa a beneficio di quelle psichica e materiale, poiché è evidente che dal punto di vista dell’intellettualità pura, ovvero della spiritualità, l’umanità, in specie quella “occidentale”, anziché “progredire” sta regredendo implacabilmente. È perciò naturale che in un ambiente non ancora permeato da tali fisime, il “dialogo” con chi veniva percepito sì diverso ma ‘sulla stessa lunghezza d’onda’ non fosse poi così difficile, anche in mezzo a Crociate, razzie dei corsari barbareschi ed altre situazioni non propriamente ‘pacifiche’. Ma quel che conta è che nei secoli che hanno preceduto l’“Evo moderno” vi fossero in Europa elementi in grado di comprendere – nel vero senso della parola – l’Islam, pur non essendo “musulmani”.

Certo, ai nostri giorni non esistono solo “guerre al terrorismo” e “islamofobia”, che purtroppo “fanno notizia” perché servono enormi interessi, ma le relazioni che esistevano quando su tutte le sponde del Mediterraneo era comunque presente l’idea che vi fosse una Realtà trascendente il semplice piano umano” avevano un carattere più profondo di quelle che, ad esempio, si basano sui “diritti umani” ed altri aspetti profani dell’esistenza. Ai nostri giorni, inoltre, si ha l’impressione che il tipo di rapporto che viene cercato con le popolazioni arabo-musulmane non sia improntato alla “pari dignità”, dato che tutto ciò che è gradito ad un livello ufficiale sulla sponda nord del Mediterraneo lo è nella misura in cui si conforma a parametri di “modernità” e di “democrazia”.

Il numero dei musulmani in Italia, tra immigrati e convertiti, è stimato intorno al milione. Come contemperare l’integrazione nella società italiana con la salvaguardia della loro l’identità?

 Per quanto riguarda l’“integrazione”, i modelli di riferimento classici sono due, quello “assimilazionista”, alla francese, e quello “comunitarista”, di matrice anglosassone. Secondo me, entrambi non vanno bene. In Francia lo si è visto con la “rivolta delle banlieues”, che al di là delle macchinazioni contingenti (sono servite a far fare carriera a qualcuno) tradiscono un malcontento diffuso nei giovani di origine straniera che si sentono emarginati. Ovviamente, in questa situazione l’Islam c’entra poco, nel senso che è il fatto di essere “stranieri” a nuocergli. Inoltre su questo s’innesta un grave disagio di tipo economico. L’assimilazione, comunque, non è una bella cosa a vedersi, poiché riduce la diversità, che è pur sempre ricchezza. Tra l’altro, come si fa a raccontare che un algerino è “francese”? Un cavallo non potrà mai essere una zebra, anche se si fa mettere le strisce!

Esiste semmai un modo costruttivo e proficuo d’interagire con la cultura del Paese che accoglie, la quale, a sua volta, subisce delle “contaminazioni” da chi arriva e perciò si rinnova. Il problema arriva semmai quando gli immigrati sono troppi, e allora non è più questione di “islamici” o meno, perché ci sono dei limiti fisiologici, sia economici che ‘di sopportazione’, dato che se esiste un dovere di “accoglienza” esiste anche il diritto di chi “accoglie” a non veder stravolto il proprio habitat in tempi troppo ristretti.

Il modello “comunitarista”, invece, insiste sulle differenze, che vengono coltivate, incoraggiate, esaltate. Naturalmente, a patto che queste non vadano a ledere il ‘patto di convivenza’ tra le varie “comunità”, che devono avere non tanto dei valori comuni (questi non li si troverà mai), ma almeno la voglia di “vivere insieme” e di voler “realizzare insieme” qualcosa, altrimenti non si capisce perché ciascuno non se ne stia a casa sua. Il rischio di questa tendenza è che si creino dei ‘ghetti’, con persone che in pratica riproducono, in forma sclerotizzata, una sorta di ‘piccola patria’ nel Paese d’accoglienza, visto utilitaristicamente solo come erogatore di “servizi” (a danno degli autoctoni, che così vedono ridurre progressivamente le risorse per i loro bisogni).

Quanto all’Italia, i musulmani cominciano ad essere una presenza importante e visibile. Dire che esista una “comunità musulmana” è tuttavia una semplificazione improponibile. Né si deve cadere nella trappola per cui “l’immigrato” è per definizione “islamico”. Ripeto, l’eccessiva immigrazione e il loro impiego in mansioni che agli italiani non sono più offerte secondo i parametri che essi, in decenni di lotte sociali (dalla “Carta dl Lavoro” allo “Statuto dei Lavoratori”), si sono garantiti, costituisce il nocciolo del “problema migratorio” (si veda il fascicolo 4/2006 di “Eurasia”, dedicato a “geopolitica e migrazioni”). Invece, gente senza scrupoli, schiava dei propri umori e/o mossa da perfidia, intende incanalare il malcontento popolare verso l’immigrato in quanto “islamico” perché “minaccia la nostra civiltà”. Ma l’hamburger ha stravolto la nostra identità molto più del cuscus…

Per salvaguardare la “loro identità” (ma quella di un somalo sarà diversa da quella di un egiziano, ed intervengono a formarla anche fattori economici e sociali), direi che gli immigrati musulmani devono innanzitutto cominciare a comprendere che “l’identità” non è un “tutto” completamente coerente, ma si possono vivere molteplici “identità”; quindi devono sforzarsi di trovare le occasioni per coltivarle tutte, compresa quella “italiana” (o della città in cui risiedono), una volta che hanno deciso di restare. La scuola di arabo (ma anche di altre lingue dei popoli musulmani) è molto utile per non perdere una parte importante dell’identità di chi arriva. E sarebbe davvero il caso che queste scuole, una volta strutturatesi un po’ meglio, aprissero le loro porte anche agli autoctoni per moltiplicare le occasioni di conoscenza reciproca onde togliere argomenti ai “Crociati dello Zio Sam”.

 Nel  suo recente libro “Islamofobia” (ediz. All’Insegna del Veltro, 2008) Lei affronta il problema della propaganda antimusulmana che da tempo imperversa in Europa. Quali sono le origini, le strategie e le finalità di questo fenomeno?

In questa raccolta di articoli ed interviste ho voluto esprimere alcune idee che, a quanto mi consta, non si ritrovano in altre pubblicazioni dedicate a questo tema, sovente affrontato con un taglio “sociologico” ed interpretato secondo la chiave di lettura del “pregiudizio”. Fondamentalmente, ritengo che il fenomeno della “paura verso l’Islam” sia legato alle “politiche atlantiste”, e dunque coscientemente creato ad arte per incanalare le opinioni pubbliche occidentali a favore delle campagne degli Stati Uniti, della Nato e dell’Entità Sionista nel cosiddetto “Grande Medio Oriente” in funzione anti-eurasiatica. Ad un livello più profondo, poi, constatando che è l’intero spettro delle opzioni politiche occidentali a contribuire, in un modo o nell’altro, alla formazione dell’idea di un “Islam come problema”, l’islamofobia tradisce la doppia valenza della formula dello “scontro di civiltà”: strumentale (a livello di propaganda politica) e sostanziale (il dominio occidentale significa la diffusione di una società materialista, che vede quella islamica come un ostacolo poiché postula la presenza di una Realtà divina alla quale tutto il resto, compreso l’“umano”, è subordinato).

L’imposizione di verità storiche mediante legge e la proposizione di una pseudostoria fondata su visioni mitiche quali lo “scontro delle civiltà” e delle religioni, quanto danneggiano la ricerca storica e quanto contribuiscono a falsificare la memoria dei popoli?

Partirei dall’“ultima puntata” di questa brutta pagina della ‘storia della libertà’. Le dichiarazioni pro-revisioniste rese dal vescovo lefebvriano britannico Williamson vanno interpretate come l’estremo tentativo, da parte di ambienti della Chiesa, di ribadire che il Cristianesimo postula la fede in “Nostro signore Gesù Cristo” e non nella “Shoah”. La “religione dell’Olocausto” (Finkelstein), infatti, si configura in tutti i suoi elementi come una parodia della religione cristiana (qui non c’è lo spazio per commentarli tutti).

La Chiesa potrà essere criticata per molte cose, ma tutto si può dire tranne che sia composta di sprovveduti: la concomitanza delle dichiarazioni del vescovo Williamson con la “Giornata della memoria” non è casuale. Se si aggiunge che se in Italia non esiste il reato di ‘leso Olocausto’ (che in vari Paesi dell’UE comporta la galera, la rovina economica e professionale ecc.) lo si deve al fatto che nella Chiesa vi è chi si oppone ad una resa incondizionata al Sionismo, si comprende tutta la portata della mossa di quei prelati “riammessi” nella Chiesa dallo stesso Papa che ha ‘tirato diritto’ anche sulla vexata quaestio dei “silenzi di Pio XII” ed altre cose ancora…

L’Islam, da parte sua, è inattaccabile da questa superstizione pseudostorica, la quale può attecchire solo in un ambiente in cui impera una mentalità secolarizzata e materialistica. Ma l’Islam non è “i musulmani”: noto purtroppo delle iniziative patetiche di “ambienti musulmani” che vogliono mettersi in mostra diffondendo storie su pretesi “giusti dell’Islam”, come se il “miglior musulmano” non fosse quello “più pio” ma quello più apprezzato dai Sionisti! I musulmani che si prestano a queste operazioni commettono un errore grave perché in nessun modo – e l’ha ribadito implicitamente il vescovo Williamson – la fede in Dio può essere sostituita dalla fede in un “fatto storico”.

Vale anche la pena di notare che è in atto una manovra per far accettare ad un soggetto “rappresentativo” dell’Islam italiano il “riconoscimento dell’unicità della Shoah”, già presente nella cosiddetta “Carta dei valori” sottoposta ad associazioni islamiche italiane dall’ex ministro dell’Interno Amato. Anche da questi particolari si evince che il potere, nel cosiddetto “Occidente”, è in mano ad ambienti che utilizzano la religione cattolica e la “rispettano” solo in maniera strumentale: o in senso “identitario” (le “radici giudaico-cristiane” su cui insistono i cosiddetti “teocons”) o in senso ‘democristiano’, anche se in realtà perfino in quei campi nei quali viene concessa in via di principio al Papa la facoltà di prendere posizione, la parola della Chiesa trova molta più fatica a trovare posto sui media rispetto a quella espressa dai “fratelli maggiori”.

Val la pena di osservare che per l’Islam è inconcepibile l’idea che “gli ebrei” possano essere i “fratelli maggiori”…

Poiché quelli che nel Corano sono chiamati Banû Isrâ’îl (i “figli d’Israele”, “popolo di Dio”) non esistono più, mentre esistono solo Yahûd (“Giudei”, portatori d’una pratica antispirituale) e Alladhîna hâdû (ovvero i giudaizzati: si pensi ai Khazari della Volga ed altre popolazioni convertitesi al Giudaismo). Per l’Islam i Profeti non sono “ebrei”, mentre al cristiano, sin da piccolo, al catechismo (per chi ancora lo fa!), spiegano che Noè (Nûh), Abramo (Ibrâhîm), Mosè (Mûsà) e gli altri profeti sono “ebrei” (dire “profeti biblici” non ha senso per l’Islam), e per tale via s’induce un’automatica giudeofilia tanto più che l’accusa di “deicidio” – ribadito nell’ineccepibile (dal punto di vista cristiano) film “La Passione” – è stata messa in soffitta in nome di un “dialogo” unilaterale nel quale è sempre una parte a doversi sempre “scusare”. Su quest’ultimo punto, l’Islam ha ben poco da “dialogare”, non essendosi infilato nel vicolo cieco delle “scuse” (che non bastano mai: per questo occhio ad accettare “giusti dell’islam”, perché ciò implica che gli altri non lo sono stati… e un governo di scellerati ‘musulmani’ che accetta la “giornata della memoria” si trova sempre (la stanno proponendo da anni al governo egiziano, al centro di attenzioni particolari da parte delle varie Ong specializzate nella “esportazione della democrazia”).

Per rispondere appieno alla Sua domanda, in cui ha citato la “memoria dei popoli”, è opportuno ricordare ‘Abd al-‘Azîz ar-Rantîsî, uno dei fondatori di Hamâs assassinato dall’Entità Sionista, il quale ebbe ad esprimersi sul valore positivo della ricerca storica dei cosiddetti “revisionisti”. Segno che la “memoria” del popolo palestinese – o meglio, quella dei suoi figli migliori che cadono da “martiri” per la difesa della Patria – non è ancora a senso unico come quella degli “occidentali”, e che la comprensione della cosiddetta “questione palestinese” e la ricerca della verità storica sul destino di masse di israeliti durante la Seconda guerra mondiale devono procedere di pari passo.

L’interpretazione del mondo musulmano sui media e nella politica è spesso appannaggio di sedicenti esperti, legati ad organismi influenzati dagli Stati Uniti. Non ritiene che una maggiore sinergia con i veri specialisti del mondo islamico, arabisti e storici delle nostre università, possa aiutare la diplomazia e la politica estera italiana?

 Si tratta di “pensatoi” (think tank) che si accreditano presso i politici che, com’è noto, di queste cose capiscono ben poco e perciò ne cercano i “consigli”. Vi sono uomini politici letteralmente manipolati da alcuni “esperti” nei quali nutrono una fiducia totale. Basti constatare la piega anti-islamica che hanno preso alcuni partiti per rendersi conto di questo fenomeno.

Per quanto riguarda gli “esperti” dell’Università, la situazione è disperante per vari motivi, sui quali grava l’ipoteca di una politica mediterranea dell’Italia fortemente condizionata dalla presenza di una rete capillare di installazioni militari e di sostegno logistico Usa-Nato, denunciata da “voci nel deserto” come Manlio Dinucci sul “Manifesto” e Alberto B. Mariantoni su “Eurasia”. Con questo quadro generale di riferimento, è ovvio che la situazione degli studi d’arabistica e d’islamologia ne risenta negativamente. Così accade che anche la prestigiosa Facoltà di Studi Islamici di Napoli chiuda i battenti per essere assorbita da Lettere [al momento dell’intervista, questa è la situazione], mentre molti tra i migliori giovani e meno giovani studiosi che abbiamo se ne vanno all’estero (nel Regno Unito, in Belgio, addirittura in Australia), stufi di essere sfruttati con “contratti” da fame (quando gli va ‘bene’). Ne conosco molti, ed è una cosa davvero penosa: ma con questa classe dirigente (?) fellona c’è da aspettarsi questo ed altro.

Quindi, per rispondere al finale della Sua domanda, la verità è che la “diplomazia” e la “politica estera” italiane non possono essere “aiutate” semplicemente perché non ve n’è l’esigenza!

A condimento del tutto, infine, va anche osservato che tra gli “esperti” di queste materie che hanno una posizione accademica, tranne eccezioni che si contano sulle dita di una mano, la regola numero uno è “farsi i fatti propri”, come se tutto andasse bene, senza “sporcarsi” con la politica (si pensi che un solo Magdi Allam ha in pratica messo a tacere una sfilza di docenti, ‘rei’ a suo dire d’essere troppo “islamofili”) e darsi pena se, alla fine, gli studenti che frequentano i loro corsi non troveranno mai un lavoro consono alla loro specializzazione…

 Come valuta, in chiave geopolitica, il futuro dell’Italia?

Lo valuto molto male, se – meglio prima che poi – non si prenderà atto, almeno in un’élite “consapevole”, che:

1- l’Europa non è “Occidente” e non è un continente, bensì la propaggine estremo-occidentale dell’Eurasia;

2- stabilita questa consapevolezza, a livello regionale l’Italia deve ricordarsi la sua vocazione mediterranea: il Mediterraneo, “mare interno”, è uno dei più importanti crocevia della massa continentale euro-afro-asiatica;

3- studiare la storia italiana su fonti affidabili, interpretando lo spirito di quanto di buono, per noi, per uscire da una “tutela” che sembra non finire mai, vi è da ricavare da esperienze storiche del passato additate dai nemici dell’Italia e dell’Islam come “male assoluto”.

 

Enrico Galoppini, saggista e traduttore dall’arabo, diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato nell’ambito di progetti internazionali (ad es. in Yemen) ed ha insegnato per alcuni anni Storia dei Paesi islamici presso le Università di Torino e di Enna. È nel comitato di redazione della rivista di Studi geopolitici “Eurasia” (www.eurasia-rivista.org). Particolarmente interessato agli aspetti religioso e storico-politico del mondo arabo-islamico, alla politica internazionale, ma anche ai viaggi e a fenomeni di costume, collabora o ha collaborato a riviste e quotidiani tra cui “Limes”, “Imperi”, “Eurasia”, “Levante”, “La Porta d’Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Meridione. Sud e Nord del mondo”, “Diorama Letterario”, “Italicum”, “Rinascita”. Ha pubblicato alcuni saggi, prefazioni e due libri: “Il Fascismo e l’Islàm” (Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma 2001), con prefaz. di F. Cardini, e, “Islamofobia”. “Attori, tattiche, finalità” (Idem, 2008), con prefaz. di A. Breighche e postfaz. di C. Preve.

 

Writer : shervin | Comments Off on Intervista a Enrico Galoppini – a cura di Hamza Biondo Comments | Category : Al-Qantara

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