Il pericolo di socializzare la religione

Il pericolo di socializzare la religione

La religione è una via, un’attitudine spirituale e un modo di vivere ornato dall’abbandono volontario a Dio e dalla fede in Lui. Anche la vita sociale è uno degli aspetti umani e quindi la religione la considera come una parte importante della nostra natura. Sarebbe errato pensare che la religione promuova esclusivamente questioni ultraterrene e il distacco dagli affari mondani. Ciò è in contrasto con la visione di tutte le fedi abramitiche, pur essendo molto vicina alla posizione dei movimenti gnostici nella prima era cristiana o di alcuni sufi non ortodossi.

Tuttavia in alcuni casi ha prevalso l’estremo opposto, ove poca o nessuna preoccupazione è stata riposta nella spiritualità e nella riforma di sé stessi e ci si è concentrati meramente sulla lotta politica, dando così vita soltanto a una classe socialmente pronta a combattere per la giustizia e la sua affermazione nella società ma niente di più. Se così fosse, ne conseguirebbe che profeti e santi non sarebbero altro che semplici rivoluzionari o riformatori sociali. Tali situazioni sono a volte particolarmente visibili in certi raduni e celebrazioni religiose moderne in cui la chiamata spirituale si percepisce a malapena, dove un’esperienza profonda celeste è ridotta a un sentimentalismo particolarmente soggettivo che non lascia spazio alla volontà umana di spingere l’intelletto, con l’aiuto della Grazia divina, verso verità oggettive e universali.

Il sentimentalismo spesso distrugge la ragione e rende la persona più simile a un animale piuttosto che a un essere intellettuale o morale. Il sentimentalismo termina facilmente anche nell’ecumenismo astratto in quanto l’obiettivo sarebbe “sentire” soggettivamente qualcosa che ha un sapore spirituale piuttosto che realizzare una verità oggettiva. Diverso è quando i sentimenti sono guidati dall’amore di Dio espresso lungo il cammino della fede. In questi casi non possiamo parlare di sentimentalismo ma di spinta religiosa o persino di zelo divino. Anche l’amore per il Profeta e gli imam dell’Ahl al-Bayt rientra in questa categoria.

Al giorno d’oggi l’uomo è intrinsecamente cambiato non da un processo naturale di educazione e progresso culturale, ma a causa di programmi di persuasione di massa, musica e mode sfaccettate prive di significato reale. Quindi le virtù stabilite dalla fede e dall’amore divino sono state sostituite da “esperienze personali” il cui minimo comune denominatore è spesso il desiderio di un sistema organizzato dal basso piuttosto che da Dio l’Altissimo.

Il primato dell’azione sulla fede, che non enfatizza le realtà ultraterrene ma si limita a introdurre una prassi degli aspetti sociali della vita, è stato in molti casi la causa dello sradicamento dello spirito da quelle tradizioni religiose che oggi si sforzano ampiamente per adattarsi a un ambiente moderno. In tal modo la religione da via di natura trascendente diventa un’ideologia antropocentrica e immanente senza realtà nelle sfere superiori. È qui che l’uomo diviene il centro dell’attenzione e il perno di ogni considerazione; non ha riguardo per l’origine, le verità interiori e la portata della sua esistenza. Sostituisce il dominio dell’autorità divina con opinioni personali e desideri arbitrari in modo che nulla o molto poco rimarrebbe della sua condizione naturalmente incline a Dio.

Pertanto, la giustizia sociale e le riforme non devono essere tenute in disparte da una devota vita religiosa. La storia ci insegna invece che i nostri profeti e imam si sono rivolti al loro popolo per cambiare e plasmare positivamente la società in cui vivevano. La loro chiamata, tuttavia, non era indipendente dalla Divina Volontà, né accettavano le malattie delle loro società con la speranza di avere una voce più forte tra le masse. Un versetto coranico afferma che “Dio è luce” (25:35). C’è qualcosa che possa esser notato meglio della luce? Invero gli bastava Dio: i loro discorsi, le azioni e persino i loro sguardi e il loro modo di camminare portavano sempre la testimonianza della purezza del loro messaggio. Se qualcosa è puro e genuino di solito può essere visto con molta più facilità in un ambiente sporco e inquinato; ciò conferma il fatto che non è necessario “essere come i deviati che si sta tentando di guidare” o essere vittime dei propri capricci.

Molte persone oggi sono insoddisfatte del mondo e si scoraggiano nel vedere l’attuale situazione di crisi di cui non sono responsabili. Sfortunatamente non cercano al loro interno le cause di tale disturbo, ma le collegano ad altri fattori come Dio, il mondo o un sistema fallito. Dato che non cercano di rettificarsi, pensano che sia loro dovere cambiare il mondo dimenticando se stessi.

Nella dottrina islamica, il ruolo del khalifatullah (il vicario di Dio) è fondamentale affinché l’uomo possa incamminarsi dalla sua condizione verso le dimore celesti. Il vicario di Dio rappresenta la volontà di Dio per mezzo di questa sua stazione conferitagli. In tal modo, tutti gli strati del cosmo sono in perfetto ordine secondo la Divina Volontà.

I problemi sociali non devono essere affrontati separatamente dalla partecipazione divina e non dovrebbero essere usati per promuovere vuote affiliazioni religiose. La religione dovrebbe aprire la strada a una vita pura e spirituale ed è per questo che il suo ruolo di guidare le masse da questo mondo al prossimo non deve essere sottovalutato.

In questa luce il benessere sociale e l’attività politica acquistano significato solo in relazione a una particolare intenzione seguita dall’atto di portare le persone “dall’oscurità alla luce” (2: 257),verso la dimora dei valori eterni. Rendere questo mondo un posto migliore sarebbe certamente legittimo e lodevole, ma solo come accidente, una conseguenza temporale, non un obiettivo finale: “… e verso Dio è la destinazione finale” (3:28).

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Writer : shervin | 0 Comments | Category : Il pensiero islamico

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