Donare la vita per Dio o per la patria? (Ayatullah Mesbah Yazdi)

Donare la vita per Dio o per la patria?

Ayatullah Mesbah Yazdi

Presentiamo ai nostri lettori la traduzione integrale del discorso tenuto dall’Ayatullah Mesbah Yazdi il 1 dicembre 2012 in ricordo dei martiri dell’“Istituto di formazione ed educazione Imam Khomeyni” di Qom (Iran), del quale l’eminente sapiente religioso è stato direttore fino alla sua morte, avvenuta il 1 gennaio 2021. La trascrizione del discorso, in persiano, è stata pubblicata con il titolo “Il criterio del valore del martire e del martirio” sul suo sito ufficiale: https://mesbahyazdi.ir/print/4095#_ednref4

Ass. Islamica Imam Mahdi (aj)

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Ringraziare il benefattore, un dovere razionale

Sappiamo che è nostro dovere religioso, divino e umano, ringraziare adeguatamente chiunque ci abbia reso un servigio o sia stato per noi fonte di benedizione. Tale assunto è talmente assodato che i teologi, nelle loro opere, l’hanno più volte invocato per indicare una delle motivazioni principali della necessità di condurre ricerche su Dio. E infatti quando hanno voluto trattare codesta necessità per valutarne la reale fondatezza, analizzando le ragioni alla base di una così nobile indagine, sono giunti alla conclusione che uno dei suoi motivi basilari sia l’intima consapevolezza dell’uomo che il render grazie al proprio benefattore costituisca un dovere. Poiché godiamo di benedizioni dobbiamo conoscere chi le ha dispensate. Pertanto la ragione di quest’obbligo d’indagine risiede nel ringraziamento dovuto al benefattore. Si tratta dunque di un’argomentazione così chiara a tutte le persone dotate di intelletto, da esser diventata una delle immancabili premesse teoretiche a qualsivoglia tentativo di conoscenza divina.

Esistono comunque diversi tipi di benedizione. A volte una benedizione può essere un piccolo favore, come ad esempio un aiuto finanziario, un lavoro o qualcuno che ci raccomandi, ecc. Le necessità umane sono molto varie e altrettanto diversi sono i generi di benedizioni che ne conseguono. Quando però si tratta di benedizioni senza limiti e dai benefici incalcolabili, e quindi matematicamente annoverabili nell’ordine degli infiniti, delle quali insomma non sia possibile definire il valore, quando si riceva da qualcuno una benedizione di questo tipo, come possiamo ringraziarlo? Anche la riconoscenza nei confronti di una benedizione simile dovrebbe essere illimitata.

I servigi che vengono forniti alla comunità sono assai differenti. Alcuni di essi, come ad esempio la cura dei malati, rappresentano una risorsa irrinunciabile, che a volte può addirittura condurre a salvare una vita: e infatti proteggere la vita, guarire i malanni, preservare la sopravvivenza del genere umano, è la massima espressione del concetto di servizio, ma, ahimè, anch’essa soggetta alla legge della temporaneità degli effetti. Alla fine, infatti, sopraggiunge la morte vanificando ogni risultato raggiunto. Esistono però alcuni tipi di benedizioni i cui effetti non hanno limiti, durando essi all’infinito. Stiamo parlando di quelle benedizioni che, attinenti all’eterna beatitudine di ogni singolo uomo, riguardano colui che aiuti il suo prossimo a raggiungere la salvezza. A volte questo accade ad un singolo individuo. L’esempio migliore è quello di colui che guida una persona sviata verso la Vera Religione (Din al-Haqq), salvandola così dal fuoco dell’inferno. Quanto dura questa benedizione? Non ha limite, è infinita, perché i suoi effetti “rimarranno per sempre” (Sacro Corano, II: 39). Prestate attenzione: stiamo parlando del salvare una singola persona, che in questo modo raggiungerebbe la beatitudine eterna. Adesso, se un uomo agisse in modo tale da condurre a salvazione un intero gruppo, una comunità, una nazione, milioni di persone, liberandoli così dal fuoco eterno, quali sarebbero gli effetti? Come bisognerebbe ringraziarlo?

Un esempio al riguardo sono i Santi Profeti e gli Imam Infallibili (che la pace e le benedizioni di Dio siano su tutti loro): essi non solo hanno portato alla beatitudine i loro accoliti, i loro vicini, i loro connazionali e i loro coevi, ma finché il mondo esisterà, il loro insegnamento e le loro esistenze continueranno a beneficare il genere umano e ad aprire i cancelli della felicità eterna per tutte le anime dei viventi. Pertanto la più eccelsa benedizione, che richiede la più grande riconoscenza, è la religione. Ora, quale sforzo può esser compiuto in tale direzione per mantenere viva la religione, affinché le persone possano trarne beneficio? Dipende dalle circostanze e dal luogo. Ci sono stati Profeti che lo hanno fatto soltanto predicando i comandamenti divini e trasmettendo il messaggio di Dio sino alla fine della loro vita: impartivano consigli alle genti e ciò non ha arrecato loro alcun danno. Per molti Profeti fu così, mentre per altri la vita fu un continuo succedersi di sofferenze, difficoltà, prigionia e torture sino al culmine del sacrificio supremo per amore di Dio. Lo stesso è accaduto ai loro successori.

In questi giorni ricordiamo il Principe dei Martiri [l’Imam Husayn]: nel mondo non troviamo nessuno che abbia reso così tanti servigi per promuovere la religione di Dio e la beatitudine degli esseri umani, donando tutto se stesso. La situazione era tale che sacrificò non solo se stesso e la sua vita, ma anche i suoi averi, i suoi figli, le sue mogli, i suoi parenti e perfino il suo neonato. Non conosciamo nessuno nell’intera storia – scritta e orale – del mondo che abbia compiuto un tale sacrificio. Questo è un esempio della benedizione che Iddio Onnipotente conferisce mediante una singola persona a tutti gli esseri umani. La benedizione che è stata elargita dal Principe dei Martiri a tutti gli esseri umani fino al Giorno del Giudizio non è stata offerta da nessun altro essere umano e, apparentemente e realmente, non lo sarà neanche in futuro. Si tratta della grazia che Dio ha riservato a questo Suo servitore speciale.

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I martiri, seguaci del Principe dei Martiri

Dopo di lui, quelli che più gli rassomigliano sono coloro che hanno reso questo tipo di servigio alla società elargendo benedizioni agli esseri umani, rendendosi così meritevoli di una gratitudine infinita. Si tratta dei martiri: gente che ha donato la propria vita e la propria esistenza sullo stesso sentiero dell’Imam Husayn. Il loro unico desiderio, al momento del martirio, era di poter vedere la bellezza del Principe dei Martiri; era questa la loro sola aspirazione. Hanno sacrificato tutto il loro essere sul sentiero del Principe dei Martiri, per il suo santo nome, per il suo nobile fine e per i suoi alti ideali. Lungo tutti i 1.400 anni di storia dell’Islam poche volte si è presentata l’occasione per dei credenti di sacrificare la propria vita sull’esempio e per gli obiettivi del Principe dei Martiri. Non si tratta di qualcosa possibile a tutti. Persone come il sottoscritto, per quanto possano desiderare un simile destino, ne sono private: “Questa è la Grazia di Allah, Egli la concede a chi vuole” (Sacro Corano, 62: 4). Dio riserva questa stazione a dei Servitori eletti dotati di qualità particolari. Di cosa si tratta? Non lo sappiamo: sappiamo solo che senza tali virtù è impossibile compiere determinate azioni.

Tra i credenti a cui è concesso il trionfo del martirio, alcuni spiccano su altri. Essi sono esempi da ricordare e imitare, miti di riferimento, uomini di cui non possiamo comprendere né descrivere appieno l’opera, il valore e il sacrificio, figuriamoci il modo in cui poterli ringraziare. L’unica cosa che persone come il sottoscritto possono fare è chinare la testa in loro onore, mostrare rispetto e dire: “Vi amiamo e rispettiamo profondamente, anche se noi non meritiamo la posizione che avete raggiunto. Non ne possediamo l’aspirazione né il merito, ma Dio ha scelto voi per questa stazione e per il diritto che avete su di noi, del quale non possiamo sdebitarci”. Quello che possiamo fare è solo mostrare rispetto e ringraziare verbalmente: riverire il loro nome, i loro genitori, le loro famiglie, tutti sentimenti che emergono generalmente durante le cerimonie di commemorazione. Questo nostro incontro, come sapete, è stato organizzato in onore di tali martiri e le care persone qui presenti hanno scelto di parteciparvi dedicando parte del loro tempo. Dal canto mio, ringrazio tutti i nobili uomini e donne presenti e mi vergogno e chiedo scusa davanti ai martiri di non poter far altro che tenere un mero discorso.

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Il nostro dovere verso i martiri

Carissimi! A parte queste scuse e ringraziamenti verbali, ci troviamo di fronte a delle responsabilità che in realtà costituiscono una forma concreta di gratitudine nei confronti di tutti questi servigi e benedizioni. I martiri hanno sacrificato loro stessi e la propria esistenza, per uno scopo, e naturalmente desiderano che esso venga perseguito e realizzato. Chiunque contribuisca a raggiungere questo obiettivo in realtà è stato loro riconoscente e li ha aiutati a realizzarlo. Questo è il miglior ringraziamento. Dovremmo cogliere queste opportunità e riflettere più attentamente sugli scopi dei nostri martiri e provare il più possibile, con tutto il cuore e con tutta l’anima, a raggiungere queste mete.

Ogni guerra è, tra le altre cose, occasione di eroismi e sacrifici, mossi dalle più svariate motivazioni. Dopotutto la questione dell’andare in guerra con la possibilità di rimanere uccisi non è una prerogativa della nostra società e della nostra guerra di otto anni [1]. Ovunque ci sia un conflitto, di qualsiasi paese si tratti e qualsivoglia gruppo coinvolga, il parteciparvi vorrà dire mettere in gioco la propria vita e quindi correre il rischio di perderla. La vera domanda da porsi è quali siano le reali motivazioni che spingono a un tale sacrificio. In effetti tra gli esseri umani non vi è nessuna aspirazione che possa competere con il desiderio di una vita lunga e felice. Ogni sforzo è compiuto in funzione di un miglioramento delle condizioni di vita, si tratti di salute, comodità, status sociale, felicità, ricchezza e quant’altro. Cos’è dunque che spinge un uomo a rischiare la propria vita? Si tratta di qualcosa che accade ovunque ma, come abbiamo già detto, per motivazioni assai diverse: diversi sono gli scopi, diverse sono le strategie di persuasione, volte a condurre le masse al sacrificio supremo sul campo di battaglia.

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Motivazioni del sacrificio

Una delle strategie più diffuse ed efficaci è presentare dei valori, ingigantirli con una capillare azione di propaganda volta ad influenzare i cuori, fino a che gli esseri umani non siano disposti a sacrificare la propria vita onde realizzarli. Fattore comune a tutti i paesi del mondo dal giorno in cui la storia ne ha fatto menzione fino ad oggi, forse l’ideale che più di tutti ha mosso le masse al sacrificio della vita, è l’amore per la patria. Potete vedere come gli eserciti di tutto il mondo, quando vogliano arruolare ed addestrare soldati, sin dal primo giorno inizino a parlare di patria, terra e suolo, martellando i cittadini giorno e notte, come se al mondo non esistesse valore più alto del proteggere la patria e preservare l’integrità territoriale.

Non intendo aprire questo dibattito. Vorrei solo sottolineare come nel mondo milioni di persone – se potessimo contarle dovremmo parlare di miliardi – sono morte nel corso della storia per quest’unica motivazione: proteggere la propria patria. L’argomento principale da essi utilizzato per spiegare la propria partecipazione ad un qualunque conflitto è la difesa del suolo nazionale. Per essi non esiste onore più grande. Adesso analizziamolo. Si tratta di un valore umano, in quanto è un ideale per il quale gli esseri umani sono pronti a perdere la propria vita: si offre quanto vi è di più caro, la propria medesima esistenza, per proteggere la terra, la patria, la nazionalità, l’etnia, l’iranianità e tutto l’annesso corollario. Tutto ruota intorno all’idea di patria. Ma l’Islam ha offerto un altro valore che, se messo a confronto, piuttosto che essere come il lume di mille candele rispetto a quello di una sola, appare come la luce di fronte all’oscurità. Invece di questo valore umano, condiviso dalle genti di tutto il mondo e motivazione principe di ogni volontarismo, eroismo e sacrificio sul campo di battaglia, ovvero la difesa della propria nazione, l’Islam ha indicato un ideale d’infinita profondità. Coloro che si sacrificano “alla ricerca del compiacimento di Allah” (Sacro Corano, II: 207), “che bramano il volto di Allah” (XXX: 38), che sacrificano tutto per Dio, per la Sua religione e per il Suo compiacimento.

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Patria o Dio?

Ora mettete a confronto questi due valori: la terra per la quale sacrifichiamo la vita, di per sé, quanto valore ha? E quando questa terra rimarrà, a chi gioverà? Quando io divento martire affinché questa terra possa rimanere nelle nostre mani e non in quelle del nemico, cosa succede? Chi ne trae vantaggio? Io sono morto, finito, ed essa passa ai miei figli o alle generazioni successive. Quanto vale questa terra? Confrontiamo poi il suo valore con quello di Dio e dei valori divini. Ci rendiamo allora conto del divario esistente tra la cultura islamica e la cultura umana. Osservate dunque la funzione trasformativa dell’Islam: esso dona all’essere umano ali tali da elevarlo a cosiffatte altezze.

Prima di tutto la patria non è un valore esclusivo degli esseri umani. Anche gli animali per proteggere la loro patria – quella parte della foresta sotto il loro controllo o il nido in cui depongono le uova – sono pronti a combattere e morire. Talvolta accade di vedere un gruppo di corvi di un dato giardino litigare con un gruppo di altra provenienza: si attaccano, sanguinano, a volte muoiono, solo per una violazione di territorio. Tra gli animali è qualcosa di frequente. Non è una peculiarità dell’essere umano. Preservare la patria significa proteggere il luogo in cui si vuole vivere e prosperare.

In secondo luogo, vediamo adesso quanto valore possiede? E’ più prezioso il valore della vita umana o della terra? Si tratti di una manciata di terreno o di un ettaro, che il confine sia qui o un metro più avanti, la vita dell’essere umano è comparabile alla terra? Supponiamo che il valore della terra sia molto prezioso, non determinabile numericamente, si tratta comunque di un valore limitato.

Di contro ciò che è legato a Dio ha un valore infinito: “Quello che è presso di voi si esaurisce, mentre ciò che è presso Allah rimane” (Sacro Corano, 16: 96). Qual è la differenza tra i due? E’ come la distanza tra ciò che è finito e ciò che è infinito; non esiste rapporto, non si può quantificare. E’ infinitamente più prezioso.

L’Islam è giunto per condurre le persone – il cui unico onore era quello di combattere per preservare il proprio nido – verso quanto vi è di più prezioso, qualcosa di fronte alla quale null’altro ha valore. Vedete dunque quanta differenza vi è tra coloro che promuovono la cultura islamica, i valori islamici e la loro diffusione, e quanti invece parlano di nazionalismo e di Iran, di terra e cose simili? La terra è qualcosa di inanimato, tu sei un essere umano. L’essere umano deve forse essere sacrificato per la terra? Poniamo ora che la patria abbia un grande valore: in definitiva cosa vuol dire patria? Dove inizia e dove finisce la patria? La nostra patria è l’Iran. Dove inizia e dove finisce l’Iran? Chi stabilisce che questo è l’Iran e dovremmo esserne orgogliosi? Vi è stato un tempo in cui il confine iraniano andava dalle porte della Cina fino alle porte dell’Europa; tutti i paesi del Vicino e del Medio Oriente e parte delle nazioni dell’Asia orientale erano cioè parte integrante dell’Iran.

Secondo una storia, durante il regno Selgiuchide un dipendente governativo dell’epoca si era recato da Khoja Nizam al-Molk per ricevere lo stipendio. Quest’ultimo, tramite lettera, gli comunicò di andarlo a riscuotere in una qualche città della Turchia. Il lavoratore si recò allora dal re e protestò: “Io ho lavorato qui, e adesso devo partire e andare lì a ritirare il mio salario? Che senso ha? I soldi che dovrò spendere forse saranno più di quelli che riceverò. Che ordine è questo che hai impartito?” Il re gli rispose: “Voglio che nella storia venga registrata la dimensione della nostra nazione nell’epoca attuale: dove inizia e dove finisce”. Una ventina di paesi, ora nazioni indipendenti, erano parte integrante del territorio dell’Iran; un tempo erano chiamati Iran. Uno di essi è l’Iraq. La capitale dei Sassanidi era a Ctesifonte, ora Madain, e faceva parte dell’Iran, quella stessa città di Madain che si trova ora vicino Baghdad. Bene, adesso noi siamo iracheni o iraniani? Dovremmo essere orgogliosi dell’Iraq, che è il nostro paese, perché una volta faceva parte della nostra terra?! O prendiamo i paesi del Nord, del Caucaso, dell’Azerbaigian e di altre zone intorno a noi, un tempo parte del territorio iraniano: dovremmo essere orgogliosi di loro adesso?

Si tratta di semplici convenzioni. Oggi si chiama “Iran”, domani si chiama “Iraq” e dopo domani con un altro nome. Di cosa dovremmo essere orgogliosi? Quale valore possiede da dovervi sacrificare la nostra vita? Confrontate ciò con Dio, che è la Realtà delle realtà (Haqiqat al-haqaiq). Il primo è un mero concetto convenzionale, l’altro è una Realtà dalla quale ogni realtà trae la sua realtà. Qual è la differenza tra chi dona la propria vita per essa e chi la dona per una terra e un “nido” che domani avrà il nome di un’altra nazione?

Quanto deve decadere dal punto di vista culturale una persona, in termini di comprensione, di coscienza e di valore, per sostituire Dio con la nazionalità, l’iranianità o l’arabismo. Bisognerebbe esaminare la storia e valutare i risultati ottenuti da queste tendenze nazionaliste, i benefici apportati all’umanità e le perdite causate. Consentitemi di farvi un piccolo esempio ma piuttosto concreto. All’inizio della nostra Rivoluzione, ai nostri confini occidentali, alcune delle città le cui tribù sono arabe, dopotutto in una parte della nostra nazione è presente anche una componente araba, si costituirono in un’entità che reclamava la secessione, voleva formare una nazione indipendente, fare di Ahwaz la capitale e così via. Uno dei paesi arabi amici – senza parlare dei nemici – li ha sostenuti. Dicemmo a questo paese: “Lasciamo da parte i nemici, ma voi siete nostri amici. Perché li avete aiutati?” Hanno risposto: “Uno dei nostri slogan è “Al-Urubah” (arabismo)”. Gli slogan del loro partito erano “Al-Ishtirakiya Al-Arabiya” (socialismo arabo), “Al-Wahda Al-Arabiya” (unità araba). “Poiché abbiamo come slogan la “solidarietà tra arabi”, li appoggiamo ovunque si trovino, anche se si oppongono a voi!” Questo è il significato del nazionalismo.

L’Islam parla di “verità” e “falsità”, non di “arabi” e “non arabi”, “persiani” e “turchi”. La verità deve essere difesa ovunque essa sia. I risultati di questa tendenza nazionalista sono slogan come “né Gaza né Libano” [2]. Cosa ce ne importa? Sono arabi e quindi sono gli arabi a doverli aiutare. Ma l’Islam dice: il musulmano è musulmano ovunque esso sia. Se basiamo e sviluppiamo i nostri pensieri, i nostri valori e la nostra visione sull’Islam, saremo degni di ricevere l’attenzione divina e la benedizione degli awliya [amici, intimi] di Dio, dei puri Imam (as) e dei martiri, e giorno dopo giorno aumenterà la nostra magnificenza, il nostro onore e la nostra beatitudine. Se invece torniamo ai valori della Jahiliyyah (l’ignoranza pre-islamica), dell’orgoglio per l’etnia, la razza, la terra e cose simili, torneremo ai valori tribali della Jahiliyyah.

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Degradare il rango del martire!

Purtroppo il miscuglio di culture all’interno della società islamica induce alcuni – da cui non ci si aspettava qualcosa di simile – a ripetere certi slogan ed appoggiarli; e invece di sostenere parole d’ordine islamiche vengono introdotti slogan iraniani ed etnici: questo significa tradire il sangue dei martiri! Quale martire conoscete che nel suo testamento abbia scritto che sarebbe diventato martire per la terra dell’Iran? Tutti hanno parlato dell’Islam, di obbedire alla Guida [Imam Khamenei] e all’Imam [Khomeyni], di proseguire il sentiero dell’Imam Husayn (as). E noi dobbiamo dimenticarlo? Dimentichiamo tutto ciò e torniamo agli slogan della Jahiliyyah? “Per la nostra terra!”? Vale la pena sacrificare la vita di persone come questi nobili martiri per la terra?! L’intera terra, con tutti le sue riserve, la miniere sotterranee e quanto vi è in superficie, non vale un solo credente. Il valore di un credente è come il valore della Ka’ba: ciò che lo rende prezioso è la fede, il suo legame con Dio.

Quando il Corano vuole esprimere il rango dei martiri dice di non definirli “morti”, perché sono “ben provvisti dal loro Signore” (Sacro Corano, III: 169). Non dice che costoro si sono sacrificati per la vostra terra, il vostro onore, il vostro benessere, la vostra economia. Il motivo di orgoglio è che sono “ben provvisti dal loro Signore”, che si trovano presso Dio, che sono provvisti alla presenza di Dio e godono delle benedizioni divine. E’ questo ad essere motivo di orgoglio. Questa è la vera vita. E noi dimentichiamo tutto ciò e torniamo ai concetti e agli slogan della Jahiliyyah così come fa tutto il resto del mondo?

Ebbene, anche gli iracheni dicono: “Sacrifico tutto [solo] per la mia terra”. Voi siete orgogliosi di sacrificarvi per la terra dell’Iran e loro sono orgogliosi di sacrificarsi per quella della loro patria. Anche l’inglese dirà: “Mi sacrifico [solo] per la terra della mia patria”. Dove è la differenza? Se il criterio è la patria, beh, questa è una patria e anche quella lo è. Questa persona viene uccisa per la propria patria e quell’altra per la sua. Che differenza fa? La differenza è che questa è una patria islamica, è la dimora dell’Islam, un luogo in cui la gente ha una relazione con Dio, vuole diffondere la Sua religione, vuole compiacerLo e sacrificare la propria vita per Lui. E’ questa patria ad essere preziosa, non in se stessa, ma per questa realtà. L’origine del suo valore risiede nell’appartenere a Dio e alla religione di Dio. Ricollegandosi a Lui diventa una patria islamica di cui essere orgogliosi, perché è una patria islamica e non una patria etnica.

Se noi, in quanto persone presenti e attive nel campo culturale e intellettuale, per quella cultura, obiettivo dei martiri, ci sforziamo in tal senso, essi se ne rallegreranno e dal mondo in cui si trovano pregheranno per noi. Ma se capovolgiamo i loro obiettivi, li modifichiamo e sostituiamo l’Islam con la nazionalità, il suolo e cose simili, essi ci malediranno. Diranno: “Ci avete snaturato. Il valore che avevamo, l’esserci sacrificati per Dio, lo avete trasformato in ‘ti sei sacrificato per la terra!’” Guardate la differenza tra l’uno e l’altro!

Pertanto, come forma di riconoscenza concreta, il dovere che abbiamo è quello di approfondire al meglio gli obiettivi dei martiri e di sforzarci nel realizzarli e promuoverli, impedendo che taluni – per ignoranza o, Dio non voglia, con intenzioni corrotte – sostituiscano gli slogan e i valori islamici con slogan della Jahiyliyyah, valori umani e culture della miscredenza.

Esprimo ancora una volta il mio rispetto e umiltà di fronte alle anime dei cari martiri che hanno sacrificato le loro vite per l’Islam e i valori islamici e, con le loro benedizioni, chiedo a Dio Onnipotente di renderci oggetto delle Sue attenzioni speciali, di proteggere da ogni danno e calamità questa nazione – che è la nazione dell’Islam, della Shi’a e dell’Imam dell’Epoca [l’Imam Mahdi] – e la sua Guida [l’Imam Khamenei], che è il rappresentante dell’Imam dell’Epoca. Il nostro più grande onore è quello di vivere in un’epoca in cui il rappresentante dell’Imam [Mahdi] è a capo del nostro governo. Che Dio prolunghi la sua vita e aumenti ogni giorno la sua autorità, onore, dignità, rispetto, successo e benedizioni.

Che la pace e la misericordia di Dio discendano su di voi.

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NOTE

1) Riferimento alla Guerra Imposta alla neonata Repubblica Islamica con l’aggressione scatenata contro l’Iran da parte di Saddam Hussayn, su istigazione e sostegno della NATO, dal 1980 al 1988.

2) “Né Gaza, né Libano, mi sacrifico [solo] per l’Iran!” è uno degli slogan nazionalisti, razzisti, anti-islamici e anti-rivoluzionari che venne introdotto nelle proteste che nel 2009 si tennero in Iran durante la sedizione che l’Occidente, con la complicità di traditori ed elementi liberali interni, orchestrò contro la Repubblica Islamica. L’obiettivo della sedizione, che con violente manifestazioni e proteste per diversi mesi sconvolse molte città del paese all’indomani delle elezioni presidenziali, al pari di quanto avvenuto in diverse altre nazioni nelle quali le ‘rivoluzioni colorate’ ebbero successo, era quello in un primo momento di sovvertire il verdetto popolare e portare al governo un candidato filo-occidentale, per poi abbattere definitivamente l’ordinamento politico sovrano. Grazie a Dio la saggia lungimiranza dell’Imam Khamenei e la presenza imponente della popolazione credente e rivoluzionaria culminata nelle gigantesche manifestazioni che si tennero il 9 Dey del calendario iraniano (corrispondente al 30 dicembre 2009) in tutta la nazione a difesa dell’Islam, della Rivoluzione e della Repubblica Islamica neutralizzarono il tentativo di destabilizzazione ordito dai nemici.

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Traduzione a cura di Islamshia.org © È autorizzata la riproduzione citando la fonte

Writer : shervin | 0 Comments | Category : Attualità, politica e società , Il pensiero islamico , Novità

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