Intervista al giornalista Franco Nuccio – a cura di Hamza Biondo

INTERVISTA AL GIORNALISTA FRANCO NUCCIO

a cura di Hamza Biondo – 18/10/2011

Parlare di Islam è innanzitutto discutere di spiritualità, fede, etica. L’essenza della religione musulmana si fonda sul principio dell’unità (tawhid), sulla profezia, il messaggio divino contenuto nel Corano, Libro sacro per tutti i credenti. Attraverso l’unicità e la costanza di questi principi fondamentali e pur nella diversità di contesti, usi e interpretazioni tipici dei vari spazi culturali e geografici, i musulmani nei secoli hanno prodotto importanti frutti nei campi del sapere, dell’arte e della scienza. Sono stati protagonisti della Storia, hanno costruito imperi e splendide civiltà.
Parlare di Islam, comunque, non è soltanto questo. E’ anche raccontare storie di uomini e donne, che abitano nei paesi musulmani o che li hanno abbandonati per vivere in Europa, a causa di un esilio economico o politico. E’ narrare le storie delle generazioni di musulmani nati in occidente, divisi tra la cultura dei padri e l’integrazione nel contesto occidentale in cui studiano e lavorano. E’ raccontare  dei convertiti all’Islam, sempre più numerosi e visti con diffidenza da un occidente secolarizzato e smarrito, poco attento alle scelte religiose.

Parlare di Islam significa quindi conoscere una religione presente nell’identità europea, alla luce non solo della Storia e delle cifre ma anche di un fenomeno culturale e sociale inconfutabile. Significa osservare la genesi di un Islam dalle caratteristiche europee, sempre meno dipendente dal fenomeno migratorio. Un Islam dinamico e creativo che, come nella sua tradizione, resta fedele ai principi fondamentali ed integra gli aspetti positivi delle culture occidentali con le quali viene in contatto.

Questa processo in Italia è agli inizi e non è indolore. Parlare di Islam significa denunciare la diffidenza verso la religione musulmana, l’ostilità aperta dei media, gli episodi di islamofobia. Essere in Europa un musulmano visibile non è facile: parlare di Islam è anche dare voce a chi supera prove quotidiane per condurre la propria vita spirituale, rispettare l’etica e gli obblighi religiosi, senza rinunciare ad integrarsi, evitando la tentazione di rifugiarsi in una esistenza parallela e nascosta. Documentare la vita dei musulmani e delle comunità religiose in Italia è perciò un compito impegnativo e complesso. Chi si occupa di informazione deve indagare un ambito estraneo alla propria cultura, talvolta poco accessibile. Necessita di curiosità e onestà intellettuale e deve distinguere tra realtà e stereotipi, senza cedere ai condizionamenti ideologici.
Queste qualità le abbiamo riscontrate nel lavoro svolto dal giornalista Franco Nuccio, nel suo impegno per documentare le vicende dell’Islam italiano, dei migranti, delle vicende politiche dei paesi del Maghreb e del vicino oriente. Nuccio con i suoi articoli dà voce ai musulmani residenti in Italia, intervistandoli in modo obiettivo e senza pregiudizi, pone attenzione ai loro problemi e alle dinamiche dell’immigrazione con professionalità e sensibilità. Abbiamo deciso, in occasione della pubblicazione del suo primo romanzo, di ribaltare, per una volta, i ruoli e porgli alcune domande.

Dott. Franco, nei suoi articoli Lei spesso si occupa delle vicende dei paesi musulmani, inoltre è un attento osservatore dell’Islam nostrano, dà voce ai musulmani italiani, documenta le loro problematiche. Come nasce questo suo interesse per il mondo islamico?

Il mio interesse per il mondo islamico è nato casualmente leggendo un libro di Karen Armstrong, tra le principali studiose a livello mondiale di storia delle religioni. Mi ha subito colpito la “complessità” storica del mondo islamico, a partire dai quattro Califfi ben guidati sino ai nostri giorni, l’ortoprassia molto più accentuata rispetto ad altre religioni ed il trasporto spirituale nel vivere il proprio cammino di fede. E così ho continuato ad approfondire lo studio dell’Islam e col tempo ad aumentare la mia conoscenza in materia che oggi reputo di buon livello, spinto dalla volontà di conoscere il mondo islamico non tanto per quanto concerne le implicazioni religiose, assolutamente rilevanti, quanto sociali e sociologiche.

Successivamente ho viaggiato parecchio in Medio Oriente, conosciuto persone, modi diversi di intendere la vita o la semplice architettura di una moschea ed ho avuto così occasione di confrontarmi con un mondo sino ad allora a me estraneo ma affascinante, felice di incontrare persone disponibili,accoglienti e con una profondità d’animo che mi ha arricchito non poco.

Di fronte a tutto questo, lo ammetto, ho dovuto rivedere il mio stesso modo di pensare e l’approccio verso certe realtà, condizionato com’ero seppur inconsapevolmente da luoghi comuni e disinformazione. Inoltre, attraverso l’indagine che ho condotto mediante una serie di interviste ad italiani ritornati all’Islam, ho avuto modo di analizzare da vicino l’esperienza dell’avvicinamento ad un’altra fede rispetto a quella d’origine, le motivazioni, i risvolti che hanno caratterizzato un cammino spirituale intimo, spesso difficile.

In linea generale, per cultura e indole parto dall’assunto che bisognerebbe conoscere per comprendere e che la “diversità” potrebbe rappresentare un arricchimento sociale e culturale; in virtù di ciò, reputo ormai inevitabile procedere sulla strada di una radicale inversione di tendenza che veda “l’altro” come una risorsa e non come un pericolo.

Ciò, soprattutto attraverso un’analisi scevra da pregiudizi di quella che è la vera essenza dell’Islam molto spesso travisata anche dagli organi di informazione che indulgono molto spesso al sensazionalismo, senza andare oltre ed approfondire le vere cause e le ragioni alla base di certi comportamenti. Esiste, in sostanza, una terribile strumentalizzazione di tutto ciò che riguarda l’Islam e i musulmani, dove la razionalità lascia sovente il posto alla radicalizzazione delle posizioni che diventano estremistiche ed inconciliabili.

Per questo ho deciso di dedicare la mia attività e di contribuire nel mio piccolo all’approfondimento delle problematiche che oggi, quotidianamente, migliaia di musulmani che vivono e lavorano nel nostro paese sono costretti ad affrontare pur contribuendo con il loro lavoro, le loro idee e voglia di fare al miglioramento della società.

Costoro andrebbero valorizzati ed apprezzati e non ghettizzati in virtù di un concetto assolutamente sbagliato che si ha dell’Islam, dei musulmani definiti spesso come maschilisti, retrogradi e terroristi. La realtà che io ho conosciuto, la mia esperienza va in un senso diametralmente opposto e reputo mio dovere testimoniarlo.

L’Islam italiano è ormai una minoranza religiosa numericamente importante nel paese. Un mondo variegato composto non solo da immigrati recenti ma anche da musulmani di seconda generazione e da convertiti. Sono persone che lavorano, cercano di integrarsi e di vivere la loro religione e cultura nel rispetto delle leggi italiane. Avendo raccolto le loro storie, quali differenze, problemi, aspettative ha riscontrato?

Aver raccolto le testimonianze di alcuni rappresentanti della comunità islamica è stata per me un’esperienza assolutamente costruttiva, utile a capire. Ho scoperto un mondo fatto di disponibilità, di percorsi complessi alla ricerca di una spiritualità autentica.

Per indole sono portato ad ascoltare le minoranze che rappresentano in un certo senso lo specchio critico di ciò che diamo per scontato sia giusto.

Certo, l’eterogeneità dell’Islam in Italia comporta problematiche differenti;tuttavia, sono due quelle sulle quali insisterei particolarmente: la discriminazione ancora persistente in particolar modo sul lavoro e la cittadinanza. Sono questi i problemi principali oltre al fatto di dover subire quotidianamente l’effetto psicotico post 11 settembre.

Con riferimento alla prima, constatare che possa essere formulata ancora una valutazione (non dovremmo mai dare giudizi a mio avviso) su una persona per il suo abbigliamento che poi rappresenta la propria identità, mi sembra poco degno di una società che voglia e possa definirsi democratica, tollerante ed aperta al confronto con l’altro.

Quanto alla cittadinanza, è un problema che va affrontato seriamente a livello politico senza più esitazioni, soprattutto con riferimento alle seconde generazioni che rappresentano un interlocutore attento e critico e lo dimostra la voglia di associazionismo, sintomatico della necessità di confronto e condivisione.

Si tratta di una difficoltà che riguarda circa un milione di ragazzi e ragazze e rappresenta il nocciolo della questione ponendosi come ostacolo ad una compiuta integrazione per i tanti figli di immigrati nati in Italia e per i quali fino al compimento dei 18 anni di età essa è solo una chimera. Più in generale reputo necessario l’avvio di politiche di inclusione e la fine della discriminazione istituzionale che, soprattutto a livello locale, rende difficile l’accesso agli stranieri ai servizi del welfare.

Le ambizioni? I sogni? Quelli di tutti i ragazzi. Un buon lavoro, il successo, la realizzazione personale nel tentativo di conciliare compiutamente ed in maniera equilibrata principi religiosi e sociali, tradizione e modernità.

I convertiti, invece, meritano un discorso a parte, in quanto attraversano trasversalmente la comunità, sia dal punto di vista dell’estrazione sociale che culturale. Essi sono fondamentali nella costruzione di un cammino di dialogo quale ponte tra due culture in virtù della loro capacità di attualizzare il testo sacro al contesto e di porsi come interlocutori che conoscono bene la realtà.

Incontrare realtà socio-culturali diverse, comprendere “l’altro“, fornire un contributo per il dialogo, per Lei sono esperienze fondamentali e da condividere con tutti.  Il suo romanzo “Nevè Shalom-Wahat al-Salam”, recentemente pubblicato dalle edizioni GDS, si pone in questa direzione?

Assolutamente si. Condividere un cammino comune di reciproca conoscenza ed accrescimento nella “diversità” credo sia un passo fondamentale per la realizzazione di una società multietnica e multiculturale. Con il mio romanzo ho inteso fornire il mio modesto contributo al dialogo interconfessionale alla ricerca dei punti di contatto tra le tre religioni monoteistiche piuttosto che soffermarmi, semplicemente e comodamente, ad evidenziarne le differenze che certamente esistono ma che sono sicuramente inferiori.

Bisogna andare oltre e diffondere un messaggio positivo come quello degli abitanti di Nevè Shalom che dimostrano, quotidianamente, come un dialogo che vada oltre i pregiudizi sia possibile e vada incoraggiato nell’auspicio che esperienze del genere possano essere replicate.

Ciò, va detto, sempre nel tentativo di chiarire definitivamente le responsabilità storiche dell’uno e dell’altro attraverso, però, un confronto scevro da pregiudiziali politiche. E’ un cammino irto di ostacoli, certamente ma io ci credo ed a mio avviso tutti avremmo il dovere di crederci.

Nevè Shalom-Wahat al Salam, il villaggio della pace narrato nel suo romanzo, dove convivono cristiani, musulmani ed ebrei, può essere considerato una metafora della stessa Gerusalemme-Al Quds, città santa e simbolo condiviso dalle nostre tradizioni religiose?

Nevè Shalom è certamente molto più che una metafora ma l’esempio concreto che si può sperare in un avvenire migliore dove ognuno possa esprimersi liberamente al di là di differenze ma mediante l’espressione delle reciproche identità, sociali e religiose.

Sicuramente esso rappresenta la trasposizione di una realtà unica com’è Gerusalemme, città santa per le tre religioni abramitiche, patrimonio assolutamente comune ma troppo spesso contesa in virtù di rivendicazioni esclusivamente politiche.

Personalmente, da laico quale mi definisco, credo che Gerusalemme, il Vaticano e la Mecca siano diverse rappresentazioni di una sola, intima essenza. Quella dello spirito, senza distinzioni. Come scrivo anche nel libro, ricordo ancora esattamente le emozioni provate quando per la prima volta mi recai a Gerusalemme.

 

Osservando la città, passeggiando nei suoi vicoli percepii di essere arrivato ad un epilogo del mio personale percorso fatto di interrogativi cui stentavo a dare una risposta. Nessuna domanda, niente più dubbi ma solo risposte sintetizzate a poca distanza come in un fotogramma. Un forte spirito di attrazione mi pervase mentre continuavo a fissare ciò che i miei occhi vedevano ma, soprattutto, guardavano con assoluta curiosità ossia quel caleidoscopio di diverse identità l’una accanto all’altra. Un’emozione mai provata.

Osservavo la “diversità” e mi convincevo che essa potesse rappresentare un plus, non di certo fonte di contrapposizioni strumentali, spesso costruite ad arte al fine di soddisfare opposti interessi. Da questo punto di vista, Nevè Shalom è la perfetta rappresentazione di ciò che è la città ed è un fine cui tendere, un punto di partenza e non certo di arrivo.

Per superare i conflitti e progredire nel dialogo, forse sarebbe necessario individuare un luogo fisico, geografico dove incontrarsi e costruire una coabitazione di civiltà e religioni. Non crede che il Mediterraneo, teatro di scambi, migrazioni, influssi culturali tra Europa meridionale e il Vicino Oriente, sia il terreno ideale per una mediazione e un incontro tra l’Italia e i  paesi musulmani, anche nella prospettiva, per il nostro paese, di realizzare i propri interessi nazionali in ambito politico-economico, senza i veti e le ingerenze imposti da certe politiche neocoloniali, miopi ed aggressive?

Il bacino del Mediterraneo rappresenta un ambito nel quale, storicamente, si sono intrecciate culture diverse e da cui sono scaturiti stretti rapporti che hanno dato vita a reciproche influenze. Reputo che tale positivo “condizionamento” rappresenti un’ottima base per proseguire nel cammino di scambio anche economico.

Di conseguenza, quale luogo migliore se non il “Mare Nostrum” per creare aree di libero scambio, lo voglio ribadire, non solo economico ma più in generale culturale e sociale scevro, appunto, da politiche neocolonialistiche che hanno fatto la storia e che, si spera, non si debbano ripetere. E’ necessario quindi saper leggere la storia e tenere conto del fatto che sotto questo aspetto è nel Mediterraneo che si gioca oggi il futuro dell’Europa.

Esso costituisce una fondamentale opportunità di crescita per tutto il Vecchio Continente e, di conseguenza, è necessario rilanciare tutte quelle iniziative di partenariato euro-mediterraneo soprattutto con i Paesi dell’area del Maghreb e del vicino Oriente che enfatizzi le risorse e le potenzialità dell’intero bacino, quali la ricchezza di materie prime ed un Pil non eccessivo ma interessante rispetto agli altri Paesi africani.

Certamente, l’ondata di protesta e di instabilità politica registratasi negli ultimi mesi non può essere taciuta; nonostante ciò è necessario superare tale stato di cose per garantire quell’integrazione non solo necessaria ma voluta.

Il Partenariato EuroMediterraneo (PEM) lanciato a Barcellona nel Novembre 1995 dai capi di stato e di governo dei 15 paesi dell’Unione Europea e di 12 paesi del bacino del Mediterraneo ha avviato un processo di cooperazione regionale che si basa su una collaborazione non solo economico-finanziaria ma anche sociale, culturale e umana e che riguarda anche ambiti come quello relativo alla sicurezza. È in questi casi che l’Europa dovrebbe trovare velocemente un’intesa per effettuare una serie di interventi capaci di “riportare” un clima di pace e serenità nell’area mediterranea. Non solo, dunque, azioni di emergenza ma anche di supporto alla ripresa economica, settore in cui i principi e gli strumenti della finanza etica possono fare molto. Per le piccole e medie imprese italiane è importante ma, soprattutto è urgente, specie per quelle del centro Sud e per un rilancio economico del meridione d’Italia, proseguire nell’azione di internazionalizzazione nell’area mediterranea, che registra e registrerà nei prossimi decenni tassi di sviluppo molto più forti di quelli dei paesi industrializzati.

Per far questo, sarà necessario insistere sulla creazione di una rete di infrastrutture all’altezza della sfida, in grado davvero di agevolare l’import-export italiano e tutta una serie di proficui scambi con l’area il cui effetto, a mio avviso, sarebbe duplice.

Da un lato si contribuirebbe a stabilizzare la situazione politica di alcuni Paesi mentre dall’altro ciò sarebbe utile a rilanciare l’economia del Sud quale fattore imprescindibile per ridare vigore all’intera economia italiana.

Pasquale (Nuccio) Franco è un giornalista iscritto all’Ordine nazionale. Collabora attualmente con Agenzia Radicale, supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali e con l’Associazione Arabi Democratici Liberali, per le quali si occupa delle problematiche legate all’immigrazione/integrazione sia dal punto di vista sociale che sotto l’aspetto politico e culturale, con particolare riferimento all’Islam. Negli anni ha infatti sviluppato uno specifico interesse per le tematiche concernenti il variegato mondo mediorientale, che ha provveduto ad approfondire in tutte le sue sfaccettature , sotto forma di articoli di commento,cronaca ed interviste. Collabora, inoltre, con Medarabnews, Il Mediterraneo.it, Giornalettismo e con testate locali (Sannio Week, Sannio Press, Campania Press, Realtà Sannita), riviste letterarie (Libero Libro, Quartopotere), Organismi di cooperazione e turismo responsabile (OsservatorioBalcani.org, Viaggiare i Balcani.net) ed in passato con “QualeImpresa” e “L’Imprenditore”, rispettivamente house organ dei Giovani Imprenditori e della Piccola Industria di Confindustria e con l’Ufficio stampa dell’Unione degli Industriali di Roma.

Writer : shervin | Comments Off on Intervista al giornalista Franco Nuccio – a cura di Hamza Biondo Comments | Category : Al-Qantara

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